A PROPOSITO DEL LIBRO DI PADRE J. DUPUIS

Magistero Episcopale

A PROPOSITO DEL LIBRO DI PADRE J. DUPUIS:
“VERSO UNA TEOLOGIA CRISTIANA DEL PLURALISMO RELIGIOSO”


Articolo apparso su L’Osservatore Romano del 26-27 febbraio 2001 in calce alla Notificazione di cui si parla

1. In ogni epoca la ricerca teologica è stata importante per la missione evangelizzatrice della Chiesa in risposta al disegno di Dio, il quale vuole “che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4). L’intelligenza sempre più profonda della parola di Dio, contenuta nella Scrittura ispirata e trasmessa dalla tradizione viva della Chiesa, arricchisce, infatti, l’intero popolo di Dio, “sale della terra” e “luce del mondo” (Mt 5,13s), aiutandolo sia a dare testimonianza alla verità della rivelazione cristiana sia a rendere conto della sua speranza a coloro che lo richiedono (cf. 1 Pt 3,15).


La teologia si dimostra ancora più importante in tempi, come i nostri, di grandi mutamenti culturali e spirituali, che, proponendo problemi e interrogativi nuovi alla coscienza di fede della Chiesa, richiedono risposte e soluzioni nuove, anche audaci. Non si può negare il fatto che oggi la presenza del pluralismo religioso imponga ai cristiani una rinnovata presa di coscienza del posto che le altre religioni occupano nel piano salvifico di Dio Uno e Trino. In questo contesto, la teologia è interpellata a dare una risposta che, alla luce della rivelazione e del magistero della Chiesa, giustifichi il significato e il valore delle altre tradizioni religiose, che con consapevole e rinnovato protagonismo continuano a guidare e animare la vita di milioni di persone in ogni parte del mondo.


Come nei primi secoli della Chiesa, anche oggi si impone al teologo, da una parte, un atteggiamento di ascolto, di conoscenza e di discernimento di quanto di “vero e santo” è presente nelle altre tradizioni religiose (extra-bibliche), i cui modi di agire e di vivere e le cui dottrine, “quantunque in molti punti differiscano da quanto la Chiesa crede e propone, tuttavia, non raramente riflettono un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini”, e, dall’altra, un altrettanto necessario atteggiamento di annuncio incessante di “Cristo che è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6), in cui gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa e nel quale Dio ha riconciliato a sé tutte le cose”. Nel dialogo interreligioso e nella riflessione teologica sul significato e sul valore salvifico delle altre religioni, l’audacia, che spesso si impone alla coscienza e alla libertà del teologo, non fruttifica né edifica la comunità ecclesiale, se non viene accompagnata dalla pazienza della maturazione e dalla continua verifica della verità che è Cristo.


2. Questo invito al “dialogo sincero e paziente” con le altre religioni non deve essere visto come un impedimento o un’attenuazione della disponibilità all’amicizia, al rispetto, alla collaborazione e alla condivisione, ma piuttosto come un vero e proprio pellegrinaggio di fede nella comprensione della verità della rivelazione cristiana.


Forse può essere utile richiamare qui le due articolazioni fondamentali di un altro dialogo, quello “ecumenico”, che si esprime sia mediante il dialogo della carità, sia mediante il dialogo della verità. La stessa carità, che si manifesta nelle innumerevoli manifestazioni di rispetto reciproco, di preghiera comune e di fraterna solidarietà, spinge tutti i battezzati al dialogo della verità, che esige studi accurati sulla parola di Dio e sulla tradizione della Chiesa, e chiarimenti approfonditi e laboriosi delle rispettive posizioni teologiche. Il paziente ma costante impegno per la ricerca della verità, l’accuratezza epistemologica e la serena decantazione dei risultati raggiunti fanno del dialogo ecumenico un modello di riferimento significativo per il dialogo interreligioso, la cui estrema difficoltà non deriva solo dalla grande varietà delle tradizioni religiose, ma soprattutto dalla mancanza di un riferimento comune fondante.


3. Per questo la Chiesa non può non lodare il prezioso lavoro dei teologi che, di fronte alla sfida del pluralismo religioso e di fronte alle nuove domande poste dal dialogo interreligioso, cercano con creatività, sensibilità e fedeltà alla tradizione biblica e magisteriale, di trovare nuovi sentieri e di percorrere nuove piste, avanzando proposte e suggerendo comportamenti, che necessariamente esigono un accurato discernimento ecclesiale. La tempestività nel cogliere le sfide dei segni dei tempi non può e non deve tramutarsi in fretta superficiale e inopportuna, sia per non disorientare la retta coscienza di fede della comunità ecclesiale, sia per non rischiare la credibilità e l’efficacia dello stesso dialogo.


Il prezioso bene della libertà e della creatività teologica non può non includere anche la disponibilità all’accoglienza della verità della rivelazione cristiana, trasmessa e interpretata dalla Chiesa sotto l’autorità del magistero e accolta con fede. La funzione del magistero, infatti, non è un qualcosa di estrinseco alla verità cristiana e alla fede, ma un elemento costitutivo della stessa missione profetica della Chiesa.


4. Del resto, proprio nel campo del dialogo interreligioso, il magistero della Chiesa, lungi dall’essere semplice osservatore o dal manifestare istanze frenanti, ha sempre esercitato un innegabile e pionieristico ruolo di protagonista. Ne fanno fede i documenti conciliari e le numerose iniziative pontificie, come quelle, ad esempio, degli organismi ufficiali di dialogo. Il decennio appena trascorso è, inoltre, stato interamente illuminato dalla profetica e precorritrice Lettera Enciclica Redemptoris missio (dicembre 1990) di Giovanni Paolo II, autentico quadro di riferimento epistemologico e contenutistico per una teologia cristiana delle religioni. A dieci anni di distanza e con il rapido diffondersi della problematica interreligiosa, la Dichiarazione Dominus Iesus (agosto 2000) della Congregazione per la Dottrina della Fede, è stato un ulteriore e illuminante contributo a riproporre alcuni riferimenti essenziali alla pratica e alla teoria del dialogo interreligioso. Si tratta di interventi magisteriali, che accompagnano più che contrastare la legittima ricerca teologica, dal momento che, respingendo obiezioni e deformazioni della fede, propongono con autorevolezza nuovi approfondimenti e applicazioni della dottrina rivelata.


5. In questo clima, quindi, di apertura e di disponibilità all’ascolto, al dialogo e alla comprensione reciproca la Congregazione per la Dottrina della Fede propone ora la Notificazione relativa al libro di J. Dupuis, Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso. In quest’opera, nella quale si cerca di dare una risposta teologica al significato e al valore che la pluralità delle tradizioni religiose riveste all’interno del disegno salvifico di Dio, l’Autore professa esplicitamente la sua intenzione di rimanere fedele alla dottrina della Chiesa e all’insegnamento del magistero. Lo stesso Autore, però, conscio della problematicità della sua prospettiva, non si nasconde la possibilità di suscitare interrogativi almeno pari alle soluzioni proposte.


Dopo un paziente e serio dialogo nel quale non sono mancate alcune sue chiarificazioni, a conclusione dell’esame del libro l’Autore ha espresso il suo assenso alle tesi enunciate nella suddetta Notificazione, che è stata approvata dal Santo Padre. Tale riconoscimento e assenso sono senza dubbio un segno positivo e incoraggiante. Ciò nonostante, come viene richiamato nel “Preambolo”, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha ritenuto comunque necessario pubblicare la Notificazione allo scopo precipuo di offrire ai lettori un sicuro criterio di valutazione dottrinale.


Infatti, una lettura attenta del libro fa emergere alcune ambiguità e difficoltà su punti dottrinali di grande rilevanza, che possono condurre il lettore a opinioni erronee o pericolose. La Notificazione, richiamandosi alla Dichiarazione Dominus Iesus, ribadisce cinque temi dottrinali, che nel volume, indipendentemente dalle intenzioni dell’Autore stesso, sono presentati con formulazioni ambigue e spiegazioni insufficienti e possono così suscitare equivoci e fraintendimenti.


Anzitutto si ribadisce la fede in Gesù Cristo unico e universale mediatore di salvezza per tutta l’umanità. Conseguentemente si riafferma l’unicità e l’universalità della mediazione di Gesù Cristo, Figlio e Verbo del Padre, come attuazione del piano salvifico di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Non c’è una economia salvifica trinitaria indipendente da quella del Verbo incarnato.


In secondo luogo si riafferma la fede della Chiesa in Gesù Cristo, compimento e pienezza della rivelazione divina, contro l’opinione che la rivelazione di/in Gesù Cristo sia limitata, incompleta e imperfetta. Anche i semi di verità e di bontà esistenti nelle altre religioni sono doni di grazia dell’unica mediazione di Cristo e del suo Spirito di santità.


A proposito dell’azione salvifica universale dello Spirito Santo, si ribadisce che lo Spirito operante dopo la risurrezione di Gesù è sempre lo Spirito di Cristo inviato dal Padre, che opera in modo salvifico anche fuori della Chiesa visibile. Per cui è contrario alla fede cattolica ritenere che l’azione salvifica dello Spirito Santo si possa estendere oltre l’unica economia salvifica universale del Verbo incarnato.


Essendo, poi, la Chiesa segno e strumento di salvezza per l’umanità intera, viene rigettata come erronea l’opinione che considera le varie religioni come vie complementari alla Chiesa in ordine alla salvezza.


Infine, pur riconoscendo l’esistenza di elementi di verità e di bontà nelle altre religioni, non ha alcun fondamento nella teologia cattolica ritenere queste religioni, considerate come tali, vie di salvezza, anche perché in esse sono presenti lacune, insufficienze ed errori, che riguardano le verità fondamentali su Dio, l’uomo e il mondo. Né i loro testi sacri possono considerarsi complementari all’Antico Testamento, che è la preparazione immediata allo stesso evento di Cristo.


La Notificazione interviene per sottolineare la gravità e la pericolosità di alcune affermazioni, che, pur apparendo moderate, proprio per questo rischiano di essere facilmente e ingenuamente accolte come compatibili con la dottrina della Chiesa, anche da parte di persone cordialmente impegnate nella riuscita del dialogo interreligioso. In un contesto, come quello attuale, di una società che di fatto è sempre più multireligiosa e multiculturale, la Chiesa avverte con urgenza il bisogno di manifestare con convinzione la sua identità dottrinale e di testimoniare nella carità la sua fede incrollabile in Gesù Cristo, fonte di verità e di salvezza.


6. Non si può non menzionare la questione del “tono” della Notificazione. Non si tratta, infatti, di un documento lungo e articolato, ma solo di enunciati brevi e assertivi. Questo modo di comunicazione non intende essere segno di autoritarismo o di ingiustificata durezza, ma appartiene al genere letterario tipico di quei pronunciamenti magisteriali, che hanno la finalità di puntualizzare la dottrina, censurare gli errori o le ambiguità, e indicare il grado di assenso richiesto ai fedeli.


Tale genere letterario, che è il medesimo della Dichiarazione Dominus Iesus, si differenzia certamente da altre forme espressive adoperate dal magistero per presentare il suo insegnamento, tenendo conto di particolari finalità: espositive e illustrative, contenenti ampie e precise motivazioni circa le dottrine di fede e le indicazioni pastorali (si pensi ad esempio ai Documenti del Concilio Vaticano II, a molte Lettere Encicliche papali, e nel nostro caso specifico l’Enciclica Redemptoris missio); ed esortative o orientative (per affrontare problemi di natura spirituale e pratico-pastorale).


Il tono chiaro dichiarativo/assertivo di un Documento magisteriale – tipico di una Dichiarazione o di una Notificazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, analogo a quello dei precedenti Decreti dottrinali del Sant’Uffizio – intende comunicare ai fedeli che si tratta non tanto di argomenti opinabili o di questioni disputate, ma di verità centrali della fede cristiana, che determinate interpretazioni teologiche negano o mettono in serio pericolo. Il tono, quindi, da questo punto di vista, appartiene al contenuto, poiché deve essere coerente con la finalità peculiare del testo. L’adesione alla Persona di Gesù, alla sua parola e al suo mistero di salvezza, esige una risposta di fede semplice e chiara, come quella, ad esempio, che si trova nei simboli di fede, che fanno del resto parte della preghiera della Chiesa.


L’efficacia della Notificazione, sia nella sua comprensione, sia nel suo appello all’adesione di fede, risiede precisamente nel tono. Lo ripetiamo, non è il tono dell’imposizione, ma il tono della manifestazione e della celebrazione solenne della fede. È il tono usato nella Professio Fidei. Fin dai suoi inizi, infatti, la Chiesa ha professato la fede nel Signore crocifisso e risorto, raccogliendo in alcune formule i contenuti fondamentali del suo credere. E sappiamo che il simbolo non è un insieme di verità astratte, ma una regola di fede, che sostiene la vita, la preghiera, la testimonianza, l’azione e la missione: lex credendi, come lex vivendi, orandi, agendi et evangelizandi. E’ chiaro inoltre che la proclamazione delle verità della fede cattolica implica anche la confutazione dell’errore e la censura delle posizioni ambigue e pericolose che introducono confusione e incertezza nei fedeli.


Sarebbe quindi certamente sbagliato ritenere che il tenore dichiarativo/assertivo della Dichiarazione Dominus Iesus e della presente Notificazione segni una svolta di regresso nei confronti del genere letterario e dell’indole espositiva e pastorale dei Documenti magisteriali del Concilio Vaticano II e di altri successivi. Sarebbe però altrettanto sbagliato e infondato ritenere che dopo il Concilio Vaticano II il genere letterario di tipo assertivo/censorio debba essere abbandonato o escluso negli interventi autorevoli del magistero. Spiace pertanto dover osservare che certe critiche, sollevate da più parti, al “tono” generale della Dichiarazione Dominus Iesus, che sarebbe ben diverso da quello di altri documenti, come ad esempio le Lettere Encicliche Redemptoris missio e Ut unum sint, mostrano in realtà di non tenere conto delle finalità diverse, ma in nessun modo contrastanti fra loro, dei suddetti documenti. La Dichiarazione Dominus Iesus, così come la presente Notificazione, intendono semplicemente riaffermare determinate verità della fede e della dottrina cattolica, indicando il relativo grado di certezza teologica e precisando così le basi dottrinali sicure per conservare l’integrità del deposito della fede, e garantire nello stesso tempo che il dialogo interreligioso – così come lo stesso dialogo ecumenico tra le confessioni cristiane – si sviluppi come “dialogo della verità”.


Del resto la riproposizione semplice della verità esprime l’unità nella fede in Dio Uno e Trino e cementa la comunione nella Chiesa. L’adesione alla Verità è adesione a Cristo e alla sua Chiesa e costituisce il vero spazio della libertà umana: “Le vie per raggiungere la verità rimangono molteplici; tuttavia, poiché la verità cristiana ha un valore salvifico, ciascuna di queste vie può essere percorsa, purché conduca alla meta finale, ossia alla rivelazione di Gesù Cristo”. Cristo infatti è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6): “La Verità, che è Cristo, si impone come autorità universale. Il mistero cristiano, infatti, supera ogni barriera di tempo e di spazio e realizza l’unità della famiglia umana”.


NOTE


(1) Occorre precisare che un discorso del tutto peculiare spetta al rapporto tra la fede cristiana e la religione di Israele, poiché come insegna il Concilio Vaticano II, esiste “un vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato alla stirpe di Abramo” (Conc. Vaticano II, Dich. Nostra Aetate, n. 4).


(2) Conc. Vaticano II, Dich. Nostra Aetate, n. 2.


(3) Conc. Vaticano II, Decr. Ad gentes, n. 11.


(4) Cf. Congr. per la Dottrina della Fede, Istr. Donum veritatis, n. 14


(5) Il 6 agosto 1964 Paolo VI pubblicava la famosa Lettera Enciclica sul dialogo, Ecclesiam suam. Ma già qualche mese prima, il 19 maggio 1964, lo stesso Paolo VI aveva istituito il “Segretariato per i non cristiani”, diventato nel 1988 il “Pontificio Consiglio per il Dialogo Inter-religioso”.


(6) Il 1° luglio 1988, la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicava sia la Professio fidei, destinata ai fedeli chiamati ad esercitare un ufficio in nome della Chiesa, sia uno speciale Giuramento di fedeltà, concernente i particolari doveri inerenti all’ufficio da assumere. La Professio fidei, oltre al Simbolo di fede niceno-costantinopolitano, comprende tre commi, che intendono distinguere meglio il tipo di verità professato e il corrispondente assenso richiesto. Il 18 maggio 1998 il Santo Padre Giovanni Paolo II emanava il Motu proprio: Ad tuendam fidem, per introdurre nei testi vigenti del Codice di diritto canonico e del Codice dei canoni delle chiese orientali alcune “norme con le quali espressamente sia imposto il dovere di osservare le verità proposte in modo definitivo dal magistero della chiesa”. Il 28 giugno dello stesso anno la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicava una Nota dottrinale illustrativa della formula conclusiva della “Professio fidei”. Nella Nota si dà una esplicitazione più dettagliata dei tre commi insieme a concrete esemplificazioni.


(7) Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Fides et ratio, n. 38.


(8) Congr. per la Dottrina della Fede, Dich. Dominus Iesus, n. 23.