Il pensiero del Papa Benedetto XVI, secondo il cardinal Ratzinger (Parte I)

Miscellanea

MURCIA, giovedì, 28 aprile 2005 (ZENIT.org).- L’annuncio di Cristo e del suo Vangelo in un mondo relativista è per il nuovo Papa Benedetto XVI una delle sfide principali della Chiesa.

Lo ha spiegato il cardinal Joseph Ratzinger, Pefetto della Congregazione vaticana per la Dottrina della Fede, in un incontro con i giornalisti – tra i quali erano presenti alcuni giornalisti di ZENIT – il 30 novembre 2002 presso l’Università Cattolica San Antonio di Murcia, in occasione della sua partecipazione al Congresso Internazionale di Cristologia.

Proponiamo questa lunga intervista in cui si riflettono alcuni dei tratti caratteristici di colui che è considerato uno dei maggiori teologi contemporanei. Alcuni interpretano spesso il fatto di annunciare Cristo come una rottura nel dialogo con le altre religioni. Com’è possibile annunciare Cristo e dialogare allo stesso tempo?

Cardinal Ratzinger: Direi che oggi si assiste ad un vero dominio del relativismo. Chi non è relativista sembra quasi un intollerante. Pensare che si possa comprendere la verità essenziale è già considerato qualcosa di intollerante, ma in realtà è questa esclusione della verità a costituire una manifestazione di intolleranza molto grave e a ridurre gli aspetti essenziali della vita umana al soggettivismo. In questo modo non avremo più una visione comune su questi aspetti fondamentali. Ognuno potrebbe e dovrebbe decidere come può. Perdiamo così i fondamenti etici della nostra vita comune.

Cristo è completamente diverso da tutti i fondatori delle altre religioni e non può essere ridotto ad un Buddha, o a un Socrate, o a un Confucio. E’ davvero il ponte tra cielo e terra, la luce della verità che ci è apparsa. Il dono di conoscere Gesù non significa che non ci siano frammenti importanti di verità in altre religioni. Alla luce di Cristo, possiamo instaurare un dialogo fecondo con un punto di riferimento in cui possiamo vedere come tutti questi frammenti di verità contribuiscano ad un approfondimento della nostra fede e ad un’autentica comunione spirituale dell’umanità.

Cosa direbbe ad un giovane teologo? Quali aspetti della cristologia gli consiglierebbe di studiare?

Cardinal Ratzinger: E’ importante, in primo luogo, conoscere le Sacre Scritture, la testimonianza viva dei Vangeli, sia di quelli sinottici che del Vangelo di San Giovanni, per ascoltare la voce autentica. In secondo luogo, sono molto importanti i grandi Concili, soprattutto il Concilio di Calcedonia, così come quelli successivi che hanno spiegato il significato della formula relativa a Cristo vero Dio e vero uomo. La novità del fatto che sia davvero Figlio di Dio e davvero uomo non è un’apparenza; al contrario, unisce Dio all’uomo.

In terzo luogo, gli suggerisco di approfondire il mistero pasquale: conoscere questo mistero della sofferenza e della resurrezione del Signore e quindi cos’è la Redenzione, il fatto completamente nuovo che Dio, nella persona di Gesù, soffra, porti le nostre sofferenze, condivida la nostra vita, e in questo modo apra la strada all’autentica vita della Resurrezione.

Si tratta di tutto il problema della liberazione della vita umana, che oggi è compresa nel mistero pasquale, da un lato si riferisce alla vita concreta della nostra epoca, dall’altro è rappresentato nella liturgia. Mi sembra fondamentale proprio questo nesso tra liturgia e vita, entrambe basate sul mistero pasquale.

Cos’ha imparato il cardinal Ratzinger che il teologo Ratzinger non sapesse già?

Cardinal Ratzinger: La base della mia fede in Cristo ha continuato ad essere sempre la stessa: conoscere quest’uomo che è Dio e mi conosce, e che – come dice San Paolo – ha dato se stesso per me. E’ presente per aiutarmi e guidarmi. Questa base non è mai cambiata.

Nella mia vita ho letto i Padri della Chiesa, i grandi teologi, la teologia attuale. Quando ero giovane prevaleva in Germania la teologia di Bultmann, la teologia esistenzialista; poi è diventata più determinante la teologia di Moltmann, teologia di influenza marxista, per così dire. Direi che attualmente il dialogo con le altre religioni è l’elemento più importante: capire da un lato come Cristo sia unico e dall’altro come risponda a tutti gli altri, che sono precursori di Cristo e che sono in dialogo con Cristo.

Cosa deve fare un’Università cattolica, portatrice della verità di Cristo, per rendere presente la missione evangelizzatrice del cristianesimo?

Cardinal Ratzinger: E’ importante che in un’Università cattolica non si riceva soltanto la preparazione ad una certa professione. Un’Università è qualcosa di più di una scuola professionale, nella quale si imparano la fisica, la sociologia, la chimica… Una buona formazione professionale è molto importante, ma se ci fosse solo questa non si avrebbe altro che una serie di scuole professionali diverse.

Un’Università deve avere come base la costruzione di un’interpretazione valida dell’esistenza umana. Alla luce di questo fondamento possiamo vedere il posto che occupa ogni scienza, così come la nostra fede cristiana, che deve essere presente ad un alto livello intellettuale.

Per questo motivo, nella scuola cattolica ci deve essere una formazione fondamentale nelle questioni della fede e soprattutto un dialogo interdisciplinare tra professori e studenti perché possano comprendere insieme la missione di un intellettuale cattolico nel nostro mondo.

Di fronte all’attuale ricerca di spiritualità, molta gente ricorre alla meditazione trascendentale. Che differenza c’è tra la meditazione trascendentale e la meditazione cristiana?

Cardinal Ratzinger: In poche parole, direi che l’essenza della meditazione trascendentale è che l’uomo si espropria del proprio io, si unisce all’essenza universale del mondo; rimane, quindi, un po’ spersonalizzato.

Nella meditazione cristiana, al contrario, non perdo la mia personalità, entro in una relazione personale con la persona di Cristo, entro in relazione con il “Tu” di Cristo, e in questo modo questo “io” non si perde, mantiene la sua identità e la responsabilità. Allo stesso tempo si apre, entra in un’unità più profonda, che è l’unità dell’amore che non distrugge.

Direi, pertanto, semplificando un po’, che la meditazione trascendentale è impersonale, e in questo senso “spersonalizzante”, mentre la meditazione cristiana è “personalizzante” ed apre ad un’unità profonda che nasce dall’amore e non dalla dissoluzione dell’io.

Lei è Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, quella che prima si chiamava Inquisizione. Molta gente non conosce i Dicasteri vaticani e crede che sia un luogo di condanna. In cosa consiste il suo lavoro?

Cardinal Ratzinger: E’ difficile rispondere in poche parole. Abbiamo due sezioni principali: una disciplinare, l’altra di dottrina.

Quella disciplinare deve occuparsi dei problemi relativi ai delitti commessi da sacerdoti, che purtroppo esistono nella Chiesa. Ora, come saprà, abbiamo il grande problema della pedofilia. In questo caso dobbiamo soprattutto aiutare i Vescovi a trovare le procedure adeguate e siamo una sorta di tribunale d’appello: se una persona si sente trattata ingiustamente dal Vescovo può ricorrere a noi.

L’altra sezione, più conosciuta, riguarda la dottrina. In questo senso Paolo VI ha definito il nostro compito come quello di “promuovere” e “difendere” la fede. Promuovere, vale a dire aiutare il dialogo all’interno della famiglia dei teologi del mondo, seguirlo ed incoraggiare le correnti positive, così come aiutare le tendenze meno positive a conformarsi a quelle più positive.

L’altra dimensione è quella di difesa: nel contesto del mondo odierno, con il suo relativismo, con un’opposizione profonda alla fede della Chiesa in molte parti del mondo, con l’ideologia agnostica, atea, eccetera, la perdita dell’identità della fede avviene con facilità. Dobbiamo aiutare a distinguere autentiche novità, autentici progressi, da altri passi che implicano una perdita di identità della fede.

A questo scopo abbiamo a disposizione due strumenti molto importanti: la Commissione Teologica Internazionale, composta da 30 teologi proposti per cinque anni dai Vescovi, e la Commissione Biblica, formata da 30 esegeti anch’essi proposti dai Vescovi. Sono forum di discussione per i teologi per trovare, per così dire, un’intesa internazionale anche tra le varie scuole di teologia, così come un dialogo con il Magistero.

Per noi la collaborazione con i Vescovi è fondamentale. Se è possibile, sono i Vescovi a dover risolvere i problemi. Spesso, però, si tratta di teologi che hanno fama internazionale e quindi il problema oltrepassa le possibilità di un Vescovo, motivo per il quale viene rimesso alla Congregazione. Qui promuoviamo il dialogo con questi teologi per giungere, se è possibile, ad una soluzione pacifica. Solo in pochissimi casi c’è una soluzione negativa.

Quest’ultimo anno è stato difficile per i cattolici , a causa dello spazio che hanno avuto nei mezzi di comunicazione gli scandali attribuiti ai sacerdoti. Alcuni hanno parlato di campagna contro la Chiesa. Cosa ne pensa?

Cardinal Ratzinger: Anche i sacerdoti sono peccatori, ma personalmente sono convinto del fatto che la presenza continua dei peccati dei sacerdoti cattolici sulla stampa, soprattutto negli Stati Uniti, sia una campagna costruita, perché la percentuale di questi delitti tra i sacerdoti non è più elevata che in altre categorie, se non più bassa.

Negli Stati Uniti vediamo continuamente notizie su questi temi, ma meno dell’1% dei sacerdoti è colpevole di atti di questo tipo. La presenza continua di queste notizie non corrisponde all’obiettività dell’informazione, né all’obiettività statistica dei fatti. Si giunge, quindi, alla conclusione che sia voluta, manipolata, che si voglia screditare la Chiesa. E’ una conclusione del tutto logica e fondata.

Si discute sul far comparire nel preambolo della futura Costituzione europea la parola “Dio” e i riferimenti al passato cristiano dell’Europa. Pensa che possa esistere un’Europa unita che volta le spalle al suo passato cristiano?

Cardinal Ratzinger: Sono convinto del fatto che l’Europa non debba essere solo una realtà economica e politica, ma che abbia bisogno di basi spirituali. E’ un dato storico che l’Europa sia cristiana e che sia cresciuta sulla base della fede cristiana, che continua ad essere il fondamento dei valori del continente, che a sua volta ha influito su altri continenti.

Mi sembra indispensabile avere una base di valori, e se ci chiediamo quale sia questa base ci rendiamo conto che non ce n’è altra al di là dei grandi valori della fede cristiana, al di sopra delle confessioni. Per questo credo che sia indispensabile il fatto che in questa Costituzione futura dell’Europa si parli delle basi cristiane del continente.

Non vorrei cadere nell’errore di costruire un cattolicesimo politico. La fede non indica immediatamente ricette politiche, ma indica le basi. Da un lato la politica ha la sua autonomia; dall’altro, però, non c’è una separazione totale tra politica e fede. Esistono fondamenti della fede che creano poi uno spazio libero per la ragione politica. La domanda, quindi, è cos’è ciò che appartiene a queste basi perché la politica possa funzionare. Quali sono gli aspetti che devono essere lasciati liberi?

In primo luogo è fondamentale avere una visione morale antropologica, e in questo la fede ci illumina. Per avere questa visione antropologica, che garantisce la libertà della ragione politica, è necessaria la persona di Dio? Sono convinto che una morale che non conosce Dio si frammenti, e quindi almeno la grande intuizione che ci sia un Dio che ci conosce e ci indica la figura dell’uomo, come immagine di Dio, appartenga a queste basi.

Citare Dio, poi, non è un atto di violenza contro nessuno, non distrugge la libertà di nessuno, ma apre a tutti uno spazio libero per poter costruire una vita davvero umana, morale.

Ci sono professori di seminario dei Paesi Baschi che arrivano a giustificare il terrorismo dell’ETA o non lo condannano fermamente. Sembra che ci siano dei legami tra questi sacerdoti e la teologia della liberazione. Si parla anche di una Chiesa locale basca. Quali decisioni si possono prendere contro questo fenomeno?

Cardinal Ratzinger: In questo caso si applica semplicemente ciò che la Congregazione per la Dottrina della Fede ha detto tra il 1984 (istruzione “Libertatis nuntius”) e il 1986 (istruzione “Libertatis conscientia”) sulla teologia della liberazione. Il cristianesimo è sicuramente legato alla libertà, ma la vera libertà non è una libertà politica.

La politica ha la sua autonomia, com’è stato sottolineato soprattutto dal Concilio Vaticano II, e non deve essere costruita dalla fede in quanto tale, deve avere la sua razionalità. Dalle Sacre Scritture non si possono dedurre ricette politiche e ancor meno giustificazioni del terrorismo.

Mi sembra che per quanto si riferisce a questo caso specifico sia già stato detto tutto nelle due istruzioni della nostra Congregazione sulla teologia della liberazione. La novità del messianesimo cristiano consiste nel fatto che Cristo non è immediatamente il Messia politico, che realizza la liberazione di Israele, come si sperava. Questo era il modello di Barabba, che voleva raggiungere immediatamente, anche con il terrorismo, la liberazione di Israele.

Cristo ha creato un altro modello di liberazione, che si è realizzato nella comunione apostolica, e nella Chiesa per come si è costituita e conformata ed è testimoniata nel Nuovo Testamento. Come dicevo, comunque, è stato già detto tutto in quelle due istruzioni.

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