In margine alla NOTIFICAZIONE circa alcuni scritti del R.P. MARCIANO VIDAL

Magistero Episcopale

In un clima di effervescenza intellettuale come quella che la teologia morale ha conosciuto in passato e che tuttora conosce, uno sforzo supplementare è richiesto dal teologo moralista che si vede impegnato in prima persona, e cioè lo sforzo di non perdere il senso dell’equilibrio e della misura inerente alla sua vocazione. Quest’ultima, infatti, comporta il riferimento a due poli indissociabili: il rispetto dovuto al diritto del Popolo di Dio alla verità tutta intera e il legame forte con il Magistero della Chiesa al quale incombe l’onere, mediante lo Spirito del Risorto (cfr. Gv 16, 13), di conservare il Popolo di Dio, nel corso dei tempi e nelle varie circostanze, nella vivente fedeltà alla verità.








In margine alla NOTIFICAZIONE della Congregazione per la Dottrina della Fede
circa alcuni scritti del R.P. MARCIANO VIDAL, C.Ss.R.


 



 


1. Nella vita della Chiesa degli ultimi decenni la teologia morale ha suscitato un interesse che non aveva conosciuto da molto tempo. Molteplici elementi spiegano questo stato di cose. L’attenzione posta dal Concilio Vaticano II all’uomo ed ai problemi che gli tormentano il cuore; la presa di coscienza di una giusta autonomia della realtà mondana; la nuova percezione della dignità della coscienza e del rispetto che le è dovuto; la necessità di rinnovare la teologia morale secondo un modello più vicino all’Alleanza di Dio con il suo Popolo, il cui centro è la persona di Cristo; l’emergere di una antropologia di stampo più personalista; la riscoperta dell’aspetto vocazionale del matrimonio cristiano; le grandi sfide poste alla scienza ed alla cultura dalle conquiste dell’uomo nel campo della bio-ingegneria. Ecco alcuni dei fattori determinanti che hanno contribuito a mobilitare l’attenzione dei teologi sulla morale.


2. Se si considerano i risultati acquisiti in questo ambito, è incontestabile che sono stati registrati dei considerevoli progressi. Senza parlare delle risposte inedite — ma non per questo meno conformi al “pensiero di Cristo” (1 Cor 2, 16) — offerte a problemi tanto antichi quanto nuovi, non si possono ignorare molteplici indizi concreti di questo rinnovamento. Tra questi, si potrebbe segnalare la riscoperta, da parte di numerosi fedeli, della grandezza della vocazione cristiana e della gioia profonda ed inalterabile che c’è ad impegnarvisi pienamente e definitivamente; l’annuncio missionario del Vangelo che non esita a proclamare ad alta voce il massimo delle ‘Beatitudini’ come via normale della vita cristiana al servizio della gloria del Padre e dei fratelli, che questo stesso Padre attrae a sé (cfr. Gv 6, 44); il coraggio di numerosi cristiani di affermare la propria identità, quando viene per loro il momento di entrare in dialogo con altri che non condividono le loro convinzioni, coraggio che non disdegna, se è necessario, il martirio, forma compiuta della morale cristiana; l’entusiasmo manifestato dalle nuove generazioni di teologi nel tirocinio e nell’esercizio della loro ‘vocazione’.


Di questa germinazione e dei suoi frutti ha preso atto l’Enciclica di Giovanni Paolo II Veritatis splendor: “Lo sforzo di molti teologi, sostenuti dall’incoraggiamento del Concilio, ha già dato i suoi frutti con interessanti e utili riflessioni intorno alle verità della fede da credere e da applicare nella vita, presentate in forma più corrispondente alla sensibilità e agli interrogativi del nostro tempo”.(1)


3. Un altro aspetto è da prendere in considerazione. In un clima di effervescenza intellettuale come quella che la teologia morale ha conosciuto in passato e che tuttora conosce, uno sforzo supplementare è richiesto dal teologo moralista che si vede impegnato in prima persona, e cioè lo sforzo di non perdere il senso dell’equilibrio e della misura inerente alla sua vocazione. Quest’ultima, infatti, comporta il riferimento a due poli indissociabili: il rispetto dovuto al diritto del Popolo di Dio alla verità tutta intera e il legame forte con il Magistero della Chiesa al quale incombe l’onere, mediante lo Spirito del Risorto (cfr. Gv 16, 13), di conservare il Popolo di Dio, nel corso dei tempi e nelle varie circostanze, nella vivente fedeltà alla verità.


Su tale vocazione del teologo moralista è opportuno fermarsi brevemente per precisarne ancora le coordinate. Il compito del teologo moralista è indispensabile alla realtà vivente della Chiesa. È lui che scruta tutto ciò che potrebbe rendere la vita “secondo la verità nella carità” (Ef 4, 15) più limpida, più trasparente, più accessibile ai credenti. È lui che avvia il discernimento fra veri e falsi problemi. È lui che ne identifica la portata ed il significato. È lui che scruta “la Parola di Dio contenuta nella Scrittura ispirata e trasmessa dalla Tradizione viva della Chiesa” (2) per trarne le luci necessarie allo scioglimento delle difficoltà intraviste.


Questi tratti generali potrebbero essere completati dalle osservazioni più specifiche che l’Enciclica Veritatis splendor ha consacrato al riguardo.(3) Senza volere entrare nei dettagli, è utile ricordare che questo lavoro di intelligenza della fede e dei costumi affidato al teologo moralista non è un blocco monolitico, chiuso in se stesso. È essenzialmente un servizio che intende favorire sia la crescita del Popolo di Dio nel bene, sia la collaborazione con il Magistero nell’esercizio del suo compito di ultima istanza di verità nella Chiesa.


4. In merito ai rapporti fra il teologo ed il Magistero, si può constatare l’esistenza di alcune tensioni. Esse non sono da interpretarsi necessariamente e sempre come espressioni di posizioni inconciliabili né di rotture latenti, ma come risultato di approcci diversi ad una medesima verità sempre difficile da afferrare in tutta la sua complessità e la sua ricchezza.


Nella storia recente della Chiesa, si potrebbe pensare a tensioni che sono esistite tra alcuni teologi ed il Magistero negli anni ’50. Dette tensioni si sono rivelate in seguito feconde, così da diventare, come riconosciuto dallo stesso Magistero, un punto sorgivo del Concilio Vaticano II. Ammettere le tensioni non significa in questo caso noncuranza o indifferenza. Si tratta, piuttosto, della “pazienza della maturazione”,(4) che il terreno richiede per permettere ai semi di germinare e di fare sorgere nuove piante. Fuori di metafora, si tratta del riconoscimento della necessità di lasciare che le nuove idee si accordino gradualmente con il patrimonio dottrinale della Chiesa per aprirlo poi di riflesso a ricchezze insospettabili che gli erano intrinseche. Il Magistero adotta prudentemente questo atteggiamento e vi riserva particolare rilievo perché sa che così si raggiungono le comprensioni più profonde della Verità per il bene più grande dei fedeli. E ciò corrisponde all’intenzione di Giovanni Paolo II nell’Enciclica già richiamata, di non “imporre ai fedeli nessun particolare sistema”.(5) L’ora della potatura o del discernimento potrà imporsi, mai però prima del sorgere o dell’aprirsi dei giovani germogli.(6)


5. Accanto alla tensione, si può avere purtroppo l’opposizione. Questa esiste quando la ricerca della verità si compie a scapito del patrimonio dottrinale della Chiesa e si cristallizza in proposizioni ambigue o chiaramente erronee. La vigilanza esercitata in questo caso dai Pastori rientra nel ruolo che il Signore ha loro conferito di custodire intatto il “deposito della fede” per il bene della Chiesa intera.(7)


Infatti, considerando le cose più da vicino, questo atteggiamento di opposizione è nocivo per tutti. Anzitutto per il teologo, il quale, una volta negate alcune verità, si espone ad altri errori che potrebbero condurlo a chiudersi alla Verità. Inoltre, è dannoso per il Popolo di Dio, il cui accesso alla pienezza della verità cristiana, nei confronti della quale egli vanta un diritto inalienabile, è minacciato. Da ultimo per i Pastori della Chiesa, i quali, senza una sana teologia, sono privati di un aiuto per svolgere ancora meglio il compito che il Signore ha loro affidato. Vegliando sul “deposito” rivelato (cfr. 1 Tm 6, 20; 2 Tm 1, 12), il Magistero non vuole quindi demolire, ma raddrizzare per edificare. San Paolo lo diceva già a Timoteo (cfr. 2 Tm 4, 2) e Giovanni Paolo II lo riafferma quando riporta all’attenzione dei teologi moralisti alcune verità che fanno parte del ‘patrimonio morale’ della Chiesa.(8)


6. Il risultato positivo della vigilanza dei Pastori della Chiesa si estende quindi alla comunità dei teologi della quale fa parte il R.P. Marciano Vidal. Un tale avvenimento è in effetti per gli altri membri di questa comunità l’occasione per rivedere i loro contributi alla luce di ciò che il Magistero riconosce, in questo caso particolare, appartenere o meno al “deposito” affidato alla Chiesa. Al riguardo, la presente Notificazione è ricca di preziose indicazioni, alcune delle quali rivestono un rilievo molto importante.


La prima fra esse è senza alcun dubbio il posto centrale che occupa la persona di Cristo nella teologia morale cattolica. Pur riconoscendo il valore della recta ratio per conoscere l’uomo, nondimeno Cristo rimane il punto di riferimento indispensabile e definitivo per acquisire una conoscenza integrale dell’uomo, che servirà poi da base ad un agire morale completo, nel quale non si da dicotomia alcuna fra ciò che dipende dall’humanum e ciò che proviene dalla fede.


Sulle orme del Concilio Vaticano II, l’Enciclica Veritatis splendor è stata esplicita su questo punto. È a Cristo che il “giovane ricco” si avvicina per avere delle chiarificazioni su se stesso e su ciò che deve fare per corrispondere alla propria identità e trovare il vero bene, quello cioè di realizzarsi secondo il disegno di Dio (cfr. Mt 19, 16-21).(9)


Un secondo dato importante che deriva direttamente dal precedente, è la dignità intangibile della sessualità umana. Nel contesto segnato da una esasperata sessualità che prevale nel nostro mondo, i contorni dell’autentico significato della sessualità umana possono facilmente attenuarsi. Da ciò, il moralista cristiano può essere incline a risolvere i problemi vecchi e nuovi che si pongono con risposte che sono più conformi alla sensibilità ed alle attese del mondo che al “pensiero di Cristo” (cfr. 1 Cor 2, 16). Come è il caso più frequente di fronte a questioni dottrinali oggetto di contestazione, la soluzione buona è qui la lectio difficilior. Come il Magistero ha dimostrato in diverse occasioni ed in differenti contesti, nessun compromesso può essere accettato in questo ambito. La vocazione cristiana nei suoi diversi stati di vita trova la propria condizione di possibilità in una sessualità umana integrale.


È alla luce di queste osservazioni che si deve comprendere il motivo secondo il quale la Chiesa considera la masturbazione e le relazioni sessuali di tipo omosessuale come atti oggettivamente gravi.(10) È nella stessa ottica che la Chiesa invita gli sposi cristiani alla paternità responsabile nel rispetto del “legame indissolubile”, voluto dal Creatore e Redentore dell’uomo, tra i due significati, unitivo e procreativo, dell’atto coniugale.(11)


Gli stessi motivi si ritrovano nell’insegnamento del Magistero sulla fecondazione artificiale omologa. Si tratta infatti dell’unico luogo degno della procreazione umana costituito dagli atti propri degli sposi, da una parte, e della necessità di evitare ogni forma di manipolazione dell’embrione umano, dall’altra.(12) Riguardo, poi, al rispetto incondizionato dovuto all’embrione, non è sufficiente affermare l’immoralità complessiva dell’aborto per poi attenuarne confusamente il principio, quando si tratta di applicarlo a casi concreti particolarmente complessi. Su questo punto, la Chiesa ha sempre rivendicato una coerenza assoluta e continua a farlo con accresciuta insistenza.(13) Attenendosi fermamente a questo principio dell’integrità della sessualità umana ed a quello connesso del rispetto della vita, la Chiesa non opprime l’uomo. Essa, piuttosto, lo valorizza; e ciò tanto più in quanto lo fa sulla base dell’idea che Gesù Cristo e la Tradizione apostolica hanno avuto dell’uomo nonostante il contesto culturale del loro tempo.


7. Una Notificazione come quella che ci si è proposto di commentare è sempre un avvenimento importante nella vita della Chiesa. Lo è in primo luogo per la persona immediatamente interpellata, ma anche per l’intero Corpo ecclesiale del quale il teologo in questione è e rimane membro. In casi simili si possono usare i termini ‘abbattere’, ma anche ‘costruire’, ‘edificare’ (cfr. 2 Cor 10, 8; 13, 10). Nell’immediato, il primo verbo può sembrare più adeguato, ma a lungo termine e alla luce dell’amore invincibile del Signore, il verbo ‘costruire’ prevarrà e susciterà la gioia inalterabile di essere finalmente rimasti nella verità (cfr. 2 Gv 2). Poiché in questo risiede la speranza della Chiesa: “noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Rm 8, 28).


(15 maggio 2001)


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(1) Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Veritatis splendor (6 agosto 1993), n. 29: AAS 85 (1993) 1157.


(2) Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr. Donum veritatis (24 maggio 1990), n. 6: AAS 82 (1990) 1552.


(3) Cfr. Lett. Enc. Veritatis splendor, nn. 111-113: AAS 85 (1993) 1220-1222.


(4) L’espressione deriva dall’Istr. Donum veritatis, n. 11 (AAS 82 [1990] 1555), che la utilizza per descrivere l’atteggiamento che deve adottare il teologo se vuole che la sua audace ricerca della verità all’interno della fede ecclesiale possa portare frutti ed “edificare”.


(5) Lett. Enc. Veritatis splendor, n. 29: AAS 85 (1993) 1157.


(6) La recente Dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, Dominus Iesus (6 agosto 2000) descrive bene questo processo, applicandolo all’importante questione del dialogo inter-religioso: “Nella pratica e nell’approfondimento teorico del dialogo tra la fede cristiana e le altre tradizioni religiose sorgono domande nuove, alle quali si cerca di far fronte percorrendo nuove piste di ricerca, avanzando proposte e suggerendo comportamenti, che abbisognano di accurato discernimento” (n. 3: AAS 92 [2000] 744).


(7) Cfr. Istr. Donum veritatis, n. 14: AAS 82 (1990) 1556.


(8) Cfr. Lett. Enc. Veritatis splendor, n. 4: AAS 85 (1993) 1135-1137.


(9) Cfr. Lett. Enc. Veritatis splendor, nn. 2. 6-7: AAS 85 (1993) 1134-1135. 1138-1139; Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Redemptor hominis (4 marzo 1979), n. 10: AAS 71 (1979) 274.


(10) Cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Persona humana (29 dicembre 1975), nn. 8-9: AAS 68 (1976) 84-87; Lett. Homosexualitatis problema (1 ottobre 1986), nn. 3-8: AAS 79 (1987) 544-548; Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2352. 2357-2359. 2396.


(11) Cfr. Paolo VI, Lett. Enc. Humanae vitae (25 luglio 1968), nn. 11-14: AAS 60 (1968) 488-491; Giovanni Paolo II, Esort. Apost. Familiaris consortio (22 novembre 1981), n. 32: AAS 74 (1982) 118-120; Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2370 e 2399.


(12) Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr. Donum vitae (22 febbraio 1987), n. II, B, 5: AAS 80 (1988) 92-94.


(13) Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Evangelium vitae (25 marzo 1995), nn. 58-62: AAS 87 (1995) 466-472.