PRESUNTA ORDINAZIONE DI SETTE DONNE

Miscellanea

LA DOLOROSA VICENDA DELLA PRESUNTA “ORDINAZIONE” SACERDOTALE
CONFERITA A SETTE DONNE DA UN VESCOVO SCISMATICO
Intervista con l’arcivescovo Tarcisio Bertone


E’ una vicenda grave e dolorosa quella che ha portato ieri al Decreto di scomunica della Congregazione per la Dottrina della Fede nei confronti delle sette donne, di nazionalità austriaca, tedesca e statunitense, alle quali un vescovo scismatico argentino, lo scorso 29 giugno a bordo di un battello in navigazione lungo il Danubio, aveva preteso di conferire una “ordinazione” sacerdotale, di fatto “invalida e nulla”.

All’arcivescovo Tarcisio Bertone, segretario del dicastero dottrinale della Santa Sede, Paolo Salvo ha chiesto un commento su quanto è accaduto e anzitutto se era inevitabile una misura tanto grave come la scomunica.

R. Il problema è che il comportamento del vescovo e di queste donne è gravissimo, perché attenta, mette in pericolo la struttura della Chiesa così come è stata pensata, voluta e realizzata dal suo fondatore, Nostro Signore Gesù Cristo, e dalla comunità, dal Collegio apostolico e come nella tradizione della Chiesa ha continuato ad essere. Il ministero ordinato nella Chiesa è affidato agli uomini. E’ una scelta che non discrimina nessuno ma che è stata voluta dal fondatore della Chiesa apostolica. E quindi il comportamento meritava la sanzione più grave che è pensabile nella Chiesa, una sanzione che viene inflitta quando si tenta di distruggere il patrimonio di fede e di disciplina fondamentale della Chiesa stessa.

D. Come si spiega il carattere ‘invalido’ e ‘nullo’ di quelle ordinazioni?

R. Ci sono due aspetti: quando si compie un atto ‘invalido’, si pensa alla mancanza degli elementi essenziali per la validità di quell’atto.
Quando si compie un atto ‘nullo’, si pensa alla mancanza di certe condizioni che sono pre-requisiti del compimento di quell’atto e per la validità e per l’efficacia di quell’atto, non solo per la validità ma per l’efficacia di quell’atto che in qualche modo opera – se pensiamo agli atti sacramentali – una ‘trasfigurazione’ – oggi siamo nel giorno della Trasfigurazione – una trasformazione delle persone per un servizio, per una missione peculiare nella vita della Chiesa e del popolo di Dio. Manca la consistenza degli elementi fondamentali, perché manca la persona idonea. Ma idonea fondamentalmente per ricevere l’ordine sacro, che dev’essere un uomo – una persona umana di sesso maschile – e mancano, oltretutto, anche le condizioni necessarie per dare efficacia a questa consacrazione sacramentale.

D. Nel decreto di scomunica si parla di ‘gravissimo delitto’: vuole commentare questa espressione?

R. Qui non si tratta di un atto, anche di un peccato privato, che può essere grave ma che rimane magari anche all’interno del comportamento di una persona, oppure anche nella sua coscienza, che certamente fa del danno alla vita, al dinamismo della Chiesa, frena l’azione dello Spirito Santo perché è un ‘no’ detto a Dio. Qui si tratta di un atto pubblico molto grave per la materia, per la consistenza dell’atto che, come abbiamo detto, attenta alla struttura fondamentale della Chiesa così come è stata voluta dal suo fondatore; e poi, è un atto pubblico che pretende anche di essere un esempio trainante per altre persone, per aprire una nuova fase della vita e della storia della Chiesa. Quindi è un delitto gravissimo proprio per la gravità dei contenuti, del comportamento – contrario all’ecclesiologia cristiana e cattolica – e per la pubblicità che è stata data a questo atto.

D. C’è stato, eccellenza, o esiste tuttora qualche contatto o canale di dialogo diretto o indiretto con le donne in questione?

R. Certamente. La Congregazione per la dottrina della fede si è sempre mossa. Prima di tutto, si ricorda anche il ‘monitum’, l’ammonizione che fissava un termine per un pentimento, per una rettifica della posizione personale di queste donne, come anche del vescovo cosiddetto ordinante, per rimettersi in sintonia, in comunione con la dottrina e con la disciplina della Chiesa. La Congregazione si è mossa attraverso i vescovi locali di ognuna di queste donne: sia nella fase precedente – ancora alla pubblicazione del ‘monitum’ – e sia dopo la pubblicazione del ‘monitum’ ha cercato di attivare, come era naturale, gli ordinari diocesani di ciascuna di queste donne per convincerle a desistere da queste posizioni. Quindi, sia i vescovi locali, poi c’è stato un intervento della Conferenza episcopale austriaca che ha cercato anche di chiarire, di lanciare ancora un appello alla rettifica e – direi – alla conversione di queste persone.
Visti vani tutti i tentativi c’è stato anche uno scambio di lettere: c’è stata una lettera che è stata pubblicata, una lunga lettera al Papa stesso e al cardinale Ratzinger, dove però non si manifesta nessuna intenzione di rettifica e di conversione, ma si insiste – e anche con durezza e con rigidità – sulla necessità di cambiare la dottrina e la disciplina della Chiesa. E allora, visti inutili i tentativi, si è dovuto procedere a questa dichiarazione che fa anche insegnamento per tutto il popolo di Dio.

D. A questo punto, che cosa si può sperare, eccellenza?

R. Si può sperare … purtroppo, queste donne hanno già manifestato l’intenzione di procedere ad atti di ministero, per esempio alla benedizione di matrimoni, eccetera … Si può sperare che riflettano ancora e che si rimettano almeno in dialogo, in sintonia, con la Chiesa e con la tradizione – la grande tradizione della Chiesa – di Oriente e di Occidente che è ben conosciuta, nonostante – purtroppo – le decisioni della Comunione anglicana, e che preclude l’accesso al ministero ordinato alle donne mentre offre alle donne, secondo la tradizione e la storia della Chiesa, la storia viva della Chiesa, degli impegni formidabili nella cura pastorale del popolo di Dio, anche della guida del popolo di Dio, come hanno dimostrato tanti fondatori e fondatrici – per esempio – di movimenti ed istituti femminili e tante sante nella storia antica e recente della Chiesa.


RadioVaticana, 6 agosto 2002