Un corpo mi hai preparato

Magistero Episcopale

L’omelia del Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede in occasione delle ordinazioni di sacerdoti e diaconi della Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo. 24 giugno, cattedrale della diocesi di Porto Santa Rufina, La Storta, Roma
(Il testo è stato pubblicato anche su L’Osservatore Romano del 19 maggio)

Cari fratelli nel sacerdozio, cari ordinandi, cari fratelli e sorelle, in quest’ora della nostra celebrazione coincidono due feste della Chiesa che ci aiutano a capire meglio la realtà, l’avvenimento di questo giorno: la festa del precursore del Signore, Giovanni Battista, e la grande festa eucaristica della Chiesa, il Corpus Domini.
San Giovanni si è autodefinito «voce», voce che chiama alla penitenza, che chiama alla conversione, voce che invita a preparare le strade sulle quali potrà poi entrare Cristo, il re e salvatore. I padri della Chiesa hanno coniugato questa autodefinizione del precursore come voce con il titolo più profondo di Cristo che appare nel quarto vangelo: Cristo – ci dice san Giovanni evangelista – è il Logos, la Parola, l’autoespressione creatrice del Padre. Cristo è la Parola e san Giovanni è la voce che serve perché sia percepibile, perché sia accessibile, perché sia presente nel nostro mondo questa Parola eterna che si è fatta carne. Possiamo dire che san Giovanni, essendo la voce per questa Parola, vive una vita di servizio, una vita non per sé, ma una vita dell’autodonazione, una vita del donarsi per altro.
San Giovanni è voce della Parola. Riflettendo su questo nesso tra voce e Parola, possiamo capire, come primo punto, che l’essere in servizio, l’esistenza diaconale, non è una cosa transeunte, non è una cosa solo temporanea della vita, del sacramento dell’ordinazione: è una dimensione permanente, anche per i sacerdoti, per i vescovi, per il papa, perché Cristo stesso è rimasto diacono e san Giovanni, il suo precursore, è totalmente voce per altro, vive non per se stesso, ma per altro. Essere in servizio, essere servitore, essere diacono è una dimensione fondamentale del sacramento dell’ordine e voi, che ricevete oggi questo ordine, entrate così in una profonda comunione con la storia di Cristo, prefigurata e previssuta nel Precursore. Giovanni è voce, è diacono, è in servizio dell’altro. Così possiamo anche capire che il ministero della Parola non è solo la funzione di predicare, funzione della catechesi, del dialogo religioso, ecc.; non è solo una funzione, ma è una realtà esistenziale ed essenziale nella vita del diacono, del sacerdote. Possiamo essere voce della Parola soltanto se la nostra vita è permeata della Parola, se la viviamo nella Parola. I padri greci hanno detto che la nostra esistenza deve essere una esistenza per la Parola e della Parola. In altri termini, le parole che noi possiamo pronunciare convincono soltanto se la nostra stessa vita è Parola, è nutrita dalla Parola, vive della Parola.


Sul suo petto
Così possiamo pensare alla storia commovente dell’Ultima Cena, nella quale san Giovanni ci comunica che il discepolo amato era inchinato sul petto del Signore: dicendo questo ci fa pensare all’inizio del Vangelo, dove si dice che il Figlio viene dal seno del Padre, è al petto del Padre e perciò ci fa vedere il Padre. Essere in servizio della Parola presuppone lo stare in questa relazione profonda con Colui che è la Parola, essere sul petto del Figlio come lui è sul petto del Padre, bere dal suo cuore la Parola, vivere in vicinanza del suo cuore, dal quale bere la Parola della vita. San Paolo ci dice le stesse cose con altri termini, dicendo che dobbiamo entrare nei sentimenti di Cristo. Quali sono i sentimenti di Cristo? San Paolo risponde: si umiliò fino alla croce. E proprio umiliandosi ha superato la superbia di Adamo, la superbia che distrugge l’umanità. Nell’umiltà di questa discesa fino alla morte ha trasformato la miseria umana, perdendosi è divenuto realmente dominatore del cielo e della terra. E qui sentiamo la parola del Signore: solo chi si perde si trova veramente, chi vuole avere la sua vita per sé la perde e chi perde la sua vita la trova. Perdere la vita è il grande movimento dell’amore, che è il movimento del diacono, il movimento di san Giovanni Battista e finalmente il dinamismo di Cristo stesso. Entriamo in questi sentimenti di Cristo e impariamo così la Parola, per divenire con la stessa nostra vita parola di Cristo e della Vita.
Dicendo questo, siamo già arrivati all’altra festa che celebriamo in questa ora: la festa del Corpus Domini. È una festa nata nel Medioevo e perciò i riformatori del Cinquecento e un po’ anche i riformatori della liturgia nel nostro secolo l’hanno in un certo senso disprezzata: una cosa medievale non può essere – si diceva e si dice – una cosa grande, profonda. Domandiamoci allora: questa festa aggiunge veramente qualcosa di nuovo alla grande tradizione eucaristica precedente? La novità, che appare nel Duecento, è il culto della adorazione eucaristica: col nascere di questa festa comincia l’uso dell’ostensorio, delle processioni, del tabernacolo e così anche il silenzioso colloquio davanti al tabernacolo nel quale incontriamo veramente il Signore: vediamo la sua presenza, sentiamo la sua parola, sentiamo che è presente. Secondo i riformatori del secolo della Riforma, tutto questo è sbagliato, è un grave errore, perché l’eucarestia, sotto le specie del pane e del vino, sarebbe stata creata per essere mangiata, non per essere guardata; il Signore avrebbe voluto soltanto la celebrazione della cena e la comunione nella celebrazione.


Cibo nuovo
Ma a questo punto dobbiamo chiederci che cos’è la comunione e come possiamo mangiare questo pane, il Signore stesso. Quanto mangiamo nella comunione non è un pezzo di materia, questo cibo è un cibo del tutto diverso: è il Figlio di Dio fattosi uomo. Mangiare questo nuovo cibo non è, dunque, mangiare qualcosa, è un incontro del mio io con l’io del Figlio di Dio, è una comunione da cuore a cuore. La comunione eucaristica non è qualcosa di esteriore: la comunione con il Figlio di Dio che si dà nell’ostia è un incontro con il Figlio di Dio e perciò comunicare è adorare. Possiamo riceverlo solo adorando, aprendo tutta la nostra esistenza alla sua presenza, aprendoci perché lui sia la forza della nostra vita. Lo descrive sant’Agostino, quando parla delle sue visioni, nelle quali ha sentito il Signore eucaristico dirgli: è un cibo diverso, non tu dovrai assimilare me, ma tu devi essere assimilato a me. Quindi comunicare è adorare. L’adorazione non è una cosa incompatibile con la comunione, è la profondità della comunione e solo adorando entriamo veramente in comunione con Cristo. Così, con l’adorazione, la comunione con Cristo si è approfondita infinitamente. Sappiamo quanta benedizione è venuta dall’adorazione silenziosa nelle nostre chiese, sappiamo che i più grandi santi della carità si sono nutriti dell’adorazione del Cristo presente, perché adorandolo hanno imparato il suo amore, hanno mangiato e bevuto il suo amore fino alla fine e sono essi stessi divenuti amore vivente. Possiamo comunicare bene solo se la comunione si estende, si approfondisce, si concretizza in una adorazione che riceve realmente il mistero di questa presenza.
L’adorazione, tuttavia, che fa parte del mistero eucaristico, che è dimensione intima della comunione, ha ancora un collegamento più profondo nel mistero della volontà del Signore. Dobbiamo chiederci, infatti: come è possibile che Gesù diventi cibo, che possiamo mangiare Gesù? È possibile soltanto perché si è trasformato, nell’atto dell’amore fino alla fine della croce e nella resurrezione, da un essere vivente in Spirito datore di vita, come dice san Paolo. Nella croce, nella autodonazione, nella risurrezione è divenuto Spirito datore di vita e così è sacramento per noi. Questa donazione che lo fa cibo, Spirito datore di vita, è adorazione.


Trasformazione del mondo
Quindi l’eucarestia non è una cena nella quale si distribuisce qualcosa, ma è presenza di questo passaggio in Spirito datore di vita, è presenza di questo dinamismo dell’accesso al Padre. È il Signore che apre la porta, come dice la lettera agli Ebrei: solo entrando in questo cammino di trasformazione del Signore, solo entrando in questo grande atto della adorazione nel quale il mondo dovrà trasformarsi in amore, possiamo bene partecipare al mistero eucaristico. Il mistero eucaristico ha questo compimento: non soltanto la trasformazione del pane in vino, ma quella di noi stessi e del mondo in ostia vivente. E se noi sacerdoti, nel momento della consacrazione, pronunciamo le parole del Signore – «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue» -, se il Signore ci presta la sua bocca per esprimere queste parole di conversione del pane e del vino, diciamo queste parole a noi stessi e al mondo e preghiamo perché il Signore ci trasformi e diventiamo noi stessi adorazione, ostia vivente. San Tommaso dice che l’ultimo contenuto dell’eucarestia è la charitas, è l’amore. La presenza del Signore serve a trasformarci, a trasformare il mondo in adorazione, cioè in un atto di amore e glorificazione di Dio.
Alla fine vorrei menzionare l’inizio della vita di Gesù come è descritto nella lettera agli Ebrei. Questa lettera ci dice che l’incarnazione si realizza in un dialogo tra Padre e Figlio. Il Figlio dice: «Sacrifici non hai voluto, ma un corpo mi hai preparato: allora ho detto: ecco io vengo». In questa parola è riassunta tutta la vita di Gesù: è la parola della incarnazione e della crocifissione insieme. Mi hai dato un corpo, ecco io vengo. È la parola sacerdotale, è la vita di Cristo. E se noi accettiamo l’ordinazione al sacerdozio, entriamo in questa parola, cari amici, diciamo anche noi in questo momento: Un corpo mi hai preparato, ecco io vengo, non voglio dare qualcosa, una parte o un’altra; un corpo mi hai preparato, voglio dare me stesso: ecco io vengo.
In questo momento preghiamo per voi, cari fratelli tutti, perché tutta la vostra vita sia collocata in questa parola e possiate così essere veri diaconi, veri sacerdoti di Cristo. Un corpo mi hai preparato, me stesso mi hai dato, ecco io vengo.