Discorso al Concistoro Straordinario

Magistero Episcopale

L’autorevole intervento al Concistoro straordinario del 1991, svolto ufficialmente in veste di Prefetto della Congregazione.

Per affrontare adeguatamente il problema delle minacce contro la vita e per trovare il modo più efficace di difendere la vita umana contro tali minacce, dobbiamo innanzitutto verificare le componenti essenziali, positive e negative, dell’odierno dibattito antropologico. Il dato essenziale, dal quale si deve partire, è e rimane la visione biblica dell’uomo, formulata in modo esemplare nei racconti della Creazione. La Bibbia definisce l’essere umano, la sua essenza, che precede ogni storia e non si perde mai nella storia, con due indicazioni:


1. L’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio (Gen. 1,26): egli è “capax Dei” e perciò sta sotto la protezione personale di Dio, è “sacro”. “Chi sparge il sangue dell’uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di Dio Egli ha fatto l’uomo” (Gen. 9,6).


2. Tutti gli uomini sono un unico uomo, perché provenienti da un unico padre Adamo e da un’unica madre, Eva, “la madre di tutti i viventi” (Gen. 3,20). Questa unicità dell’essere umano, che implica l’uguaglianza, gli stessi diritti fondamentali per tutti, viene solennemente ripetuta e ri-inculcata dopo il diluvio.


Ambedue gli aspetti, la dignità divina dell’essere umano e l’unicità della sua origine e del suo destino, trovano un sigillo definitivo nella figura del secondo Abramo, Cristo, il figlio di Dio è morto per tutti, per riunire tutti nella salvezza definitiva della filiazione divina. Questo annuncio biblico è la roccaforte della dignità umana e dei diritti umani, è grande eredità di umanesimo autentico affidata alla Chiesa, il cui dovere è incarnare questo annuncio in tutte le culture, in tutti i sistemi sociali e costituzionali.


LA DIALETTICA DELLA NOSTRA EPOCA


II. Se diamo adesso un breve sguardo all’epoca moderna, ci troviamo confrontati ad una dialettica che perdura fino ad oggi. Da una parte l’epoca moderna si vanta di aver scoperto l’idea dei diritti umani, inerenti ad ogni diritto positivo e di aver anche proclamato questi diritti in dichiarazioni solenni. D’altra parte i diritti così riconosciuti, in teoria non sono mai stati tanto profondamente e radicalmente negati sul piano pratico. Le radici di questa contraddizione devono essere ricercate nel vertice dell’epoca moderna, nelle teorie illuministe della conoscenza, con la visione della libertà che è loro legata, e nelle teorie del contratto sociale, con l’idea della società che le accompagna.


Secondo l’illuminismo, la ragione deve emanciparsi da ogni legame con la tradizione e con l’autorità; essa è rinviata unicamente a se stessa. Così finirà per concepirsi come un’istanza chiusa, indipendente. La verità non sarà più un dato oggettivo, che si mostra a tutti e a ciascuno, anche attraverso gli altri. Essa diverrà a poco a poco una esteriorità che ciascuno coglie dal suo punto di vista, senza mai sapere in che misura la visione che egli ha avuto coincida con ciò che è l’oggetto in séÇ o con ciò che ne percepiscono gli altri.


La stessa verità del bene diventa inattingibile. L’idea del bene in sé è rimandata fuori dalla presa dell’uomo. Il solo punto di riferimento per ciascuno è ormai ciò che egli può da solo concepire come bene. Di conseguenza la libertà non è più vista positivamente come una tensione verso il bene, quale lo scopre la ragione aiutata dalla comunità e dalla tradizione, ma si definisce piuttosto come un’emancipazione da tutti i condizionamenti che impediscono a ciascuno di seguire la sua propria ragione. Per tutto il tempo in cui resterà vivo, almeno in forma implicita, il riferimento ai valori cristiani per orientare la ragione individuale verso il bene comune, la libertà limiterà se stessa in funzione di un ordine sociale, di una libertà da assicurare a tutti.


Era sull’idea di un diritto antecedente alle volontà individuali, e che da esse dev’essere rispettato, che si fondavano le teorie del contratto sociale. Ma anche qui, quando andrà perduto il riferimento comune ai valori e finalmente a Dio, la società non apparirà più che un insieme di individui giustapposti, e il contratto che li lega sarà necessariamente percepito come un accordo tra coloro che hanno il potere di imporre la loro volontà agli altri.


Così, per una dialettica intrinseca alla modernità, dall’affermazione dei diritti della libertà, sganciati però da ogni riferimento oggettivo in una verità comune, si passa alla distruzione dei fondamenti stessi di tale libertà. Il “despota illuminato” dei teorici del contratto sociale è divenuto lo Stato tiranno, di fatto totalitario, che dispone della vita dei più deboli, dal bambino non ancora nato al vecchio, in nome di una utilità pubblica che non è più in realtà che l’interesse di alcuni.


L’ESISTENZA ALLA DERIVA


E proprio questa è la caratteristica saliente della grande deriva attuale in materia di rispetto della vita; non si tratta più di una problematica di morale semplicemente individuale, ma di una problematica di morale sociale, a partire dal momento in cui gli Stati e perfino delle organizzazioni internazionali, si fanno garanti dell’aborto o dell’eutanasia, votano delle leggi che le autorizzano e pongono i mezzi a loro disposizione al servizio di coloro che li eseguono.



III. Di fatto se oggi possiamo osservare una mobilitazione delle forze per la difesa della vita umana in diversi movimenti “per la vita”, mobilitazione che è incoraggiante e fa sperare, dobbiamo tuttavia riconoscere francamente che finora più forte è il movimento contrario; l’estensione di legislazioni e di pratiche, che distruggono volontariamente la vita umana, soprattutto la vita dei più deboli: dei bambini non-nati. Siamo oggi testimoni di un’autentica guerra dei potenti contro i deboli, una guerra che mira all’eliminazione degli handicappati, di coloro che danno fastidio e perfino semplicemente di coloro che sono poveri e “inutili”, in tutti i momenti della loro esistenza. con la complicità degli Stati, mezzi colossali sono impiegati contro le persone, all’alba della loro vita, oppure quando la loro vita è resa vulnerabile da un incidente o da una malattia e quando essa è prossima a spegnersi.


Ci si scaglia contro la vita nascente mediante l’aborto (risulta che nel mondo se ne verificherebbero da 3 a 4 milioni l’anno) e proprio per facilitare l’aborto si sono investiti miliardi nella messa a punto di pillole abortive (RU 486). Altri miliardi sono stati stanziati per rendere la contraccezione meno nociva per la donna, con la contropartita che ora gran parte dei contraccettivi chimici in commercio agiscono di fatto prevalentemente come anti-nidatori, cioè come abortivi, senza che le donne lo sappiano. Chi potrà calcolare il numero delle vittime di quest’ecatombe nascosta?


Gli embrioni soprannumerari, inevitabilmente prodotti attraverso la Fivet, sono congelati e soppressi, a meno che non raggiungano quei loro piccoli fratelli abortiti che vengono trasformati in cavie per la sperimentazione o in fonte di materia prima per curare le malattie, quali il morbo di Parkinson e il diabete. La Fivet stessa diventa spesso occasione di aborti perfino “selettivi” (es. scelta del sesso), qualora si verifichino indesiderate gravidanze multiple.


La diagnosi prenatale viene usata quasi di routine sulle donne cosiddette “a rischio”, per eliminare sistematicamente tutti i feti che potrebbero essere più o meno malformati o malati. Tutti quelli che hanno la buona sorte di essere portati sino al termine della gravidanza dalla loro madre, ma hanno la sventura di nascere handicappati, rischiano fortemente di essere soppressi subito dopo la nascita o di vedersi rifiutare l’alimentazione e le cure più elementari.


Più tardi, quelli che la malattia o un incidente faranno cadere in un coma “irreversibile”, saranno spesso messi a morte per rispondere alle domande di trapianti d’organo o serviranno, anch’essi, alla sperimentazione medica (“cadaveri caldi”).


Infine, quando la morte si preannuncerà, molti saranno tentati di affrettarne la venuta mediante l’eutanasia.


IL DIRITTO DEL PIU’ FORTE


IV. Ma perché questa vittoria di una legislazione o di una prassi antiumana proprio nel momento in cui l’idea dei diritti umani sembrava arrivata a un riconoscimento universale ed incondizionato? Perché anche persone di alta formazione morale pensano che la normativa sulla vita umana potrebbe e dovrebbe entrare nei compromessi necessari della vita politica?


1. Ad un primo livello della nostra riflessione, mi sembra di poter segnalare due motivi, dietro i quali se ne nascondono probabilmente altri. Uno si riflette nella posizione che afferma come necessaria la separazione tra convinzioni etiche personali e ambito politico, nel quale sono formulate le leggi: qui l’unico valore da rispettare sarebbe la totale libertà di scelta di ciascun individuo, in dipendenza dalle proprie opinioni private.


La vita sociale, nell’impossibilità di fondarsi su qualsiasi riferimento oggettivo comune, dovrebbe concepirsi come esito di un compromesso di interessi al fine di garantire il massimo di libertà possibile a ciascuno. Ma in realtà, laddove il criterio decisivo del riconoscimento dei diritti diventa quello della maggioranza, laddove il diritto all’espressione della propria libertà può prevalere sul diritto di una minoranza che non ha voce, lì è la forza che è divenuta il criterio del diritto.


Ciò risulta tanto più evidente e drammaticamente grave quando in nome della libertà di chi ha potere e voce, si nega il fondamentale diritto alla vita di chi non ha possibilità di farsi ascoltare. In realtà ogni comunità politica, per sussistere, deve riconoscere almeno un minimo di diritti oggettivamente fondati, non accordati tramite convenzioni sociali, ma precedenti ogni regolamentazione politica del diritto. Si capisce allora come uno Stato, che si arroghi la prerogativa di definire quali esseri umani siano o non siano soggetti di diritti, che di conseguenza riconosca ad alcuni il potere di violare il fondamentale diritto alla vita di altri, contraddice l’ideale democratico, al quale pure continua a richiamarsi e mina le stesse basi su cui si regge. Si vede così che l’idea di una tolleranza assoluta della libertà di scelta di alcuni distrugge il fondamento stesso di una convivenza giusta tra uomini.


Ci si può chiedere però quando inizia ad esistere la persona, soggetto di diritti fondamentali che vanno assolutamente rispettati. Se non si tratta di una concessione sociale, ma piuttosto di un riconoscimento, anche i criteri per questa determinazione devono essere oggettivi. Come ha ricordato la Donum Vitae (1, 1), le recenti acquisizioni della biologia umana riconoscono che “nello zigote derivante dalla fecondazione si è già costituita l’identità biologica di un nuovo individuo umano”. Anche se nessun dato sperimentale può essere per sé sufficiente a far riconoscere un’anima spirituale, tuttavia le conclusioni della scienza sull’embrione umano forniscono un’indicazione preziosa per discernere razionalmente una presenza personale fin da questo primo comparire di una vita umana. In ogni caso, fin dal primo momento della sua esistenza, al frutto della generazione umana va garantito il rispetto incondizionato che è moralmente dovuto all’essere umano nella sua totalità corporale e spirituale.


LA COSCIENZA E LA MORALE


2. Un secondo motivo che spiega il diffondersi di una mentalità di opposizione alla vita mi sembra connesso con la concezione stessa della moralità oggi largamente diffusa. È una visione individualistica della libertà, intesa come diritto assoluto di autodeterminarsi sulla base delle proprie convinzioni, si associa spesso un’idea meramente formale di coscienza. Essa non si radica più nella concezione classica della coscienza morale (cf. Gaudium et spes). In tale concezione, propria di tutta la tradizione cristiana, la coscienza è la capacità di aprirsi all’appello della verità obiettiva, universale e uguale per tutti, che tutti possono e devono cercare.


Invece, nella concezione innovativa, di chiara ascendenza kantiana, la coscienza è sganciata dal suo rapporto costitutivo con un contenuto di verità morale e ridotta una mera condizione formale della moralità essa si rapporterebbe solo alla bontà dell’intenzione soggettiva. In tal modo la coscienza viene ad essere nient’altro che la soggettività elevata a criterio ultimo dell’agire. La fondamentale idea cristiana che non c’è nessuna istanza che possa opporsi alla coscienza non ha più il significato originario e irrinunciabile per cui la verità non può che imporsi in virtù di se stessa, cioè nell’interiorità personale, ma diventa una deificazione della soggettività, di cui la coscienza è oracolo infallibile, che non può essere messa in questione da niente e da nessuno.


V. Ma occorre andare più a fondo ancora nell’identificare le radici di quest’opposizione alla vita. Così, ad un secondo livello, riflettendo nei termini di un approccio più personalistico, troviamo una dimensione antropologica sulla quale è necessario soffermarci se pur brevemente.


Va qui segnalato un nuovo dualismo che si afferma sempre più nella cultura occidentale e verso cui convergono alcuni dei tratti caratterizzanti la sua mentalità l’individualismo, il materialismo, l’utilitarismo e l’ideologia edonista della realizzazione di se stessi da parte di se stessi. Infatti, il corpo non è più percepito spontaneamente dal soggetto come la forma concreta di tutte le sue relazioni nei confronti di Dio, degli altri e del mondo, come quel dato che lo inserisce all’interno di un universo in costruzione, in una conversazione in corso, in una storia ricca di senso a cui non può partecipare in modo positivo se non accettandone le regole e il linguaggio. Il corpo appare piuttosto come uno strumento al servizio di un progetto di benessere, elaborato e perseguito dalla ragione tecnica, la quale calcola come potrà trarne il profitto migliore. La sessualità stessa viene in tal modo de-personalizzata e strumentalizzata. Essa appare come una semplice occasione di piacere e non più come la realizzazione del dono di sé, né come l’espressione di un amore che, nella misura in cui è vero, accoglie integralmente l’altro e si apre alla ricchezza di vita di cui è portatore, al suo bambino che sarà anche il proprio bambino. I due significati, unitivo e procreativo, dell’atto sessuale vengono separati. L’unione è impoverita, mentre la fecondità è rinviata alla sfera del calcolo razionale: “il bambino, certo. Ma quando lo voglio e come lo voglio”.


Diventa così chiaro che tale dualismo tra una ragione tecnica e un corpo oggetto permette all’uomo di sfuggire al mistero dell’essere. In realtà, la nascita e la morte, il sorgere di un’altra persona e la sua scomparsa, la venuta e la dissoluzione dell'”io” rimandano direttamente il soggetto alla questione del suo proprio senso e della sua propria esistenza. È forse per sfuggire a questa domanda angosciante che egli cerca di assicurarsi un dominio quanto più completo possibile su questi due momenti chiave della vita, che cerca di trasferirli nella zona del fare. In tal modo l’uomo si illude di possedere se stesso, godendo di una libertà assoluta: egli potrebbe essere fabbricato secondo un calcolo che non lascia nulla all’incerto, nulla al caso, nulla al mistero.


2. Un mondo che assume opzioni di efficienza tanto assolute, un mondo che ratifica a tal punto la logica utilitarista, un mondo che per di più concepisce la libertà come un diritto assoluto dell’individuo e la coscienza come un’istanza soggettivistica del tutto isolata, tende necessariamente a impoverire tutte le relazioni umane fino a considerarle ultimamente come relazioni di forza e a non riconoscere all’essere umano più debole il posto che gli è dovuto.


L’IDEOLOGIA UTILITARISTA


Da questo punto di vista l’ideologia utilitarista va nel medesimo senso della mentalità “maschilista” ed il “femminismo” appare come una reazione legittima alla strumentalizzazione della donna. Tuttavia, molto spesso, il cosiddetto “femminismo” si basa sugli stessi presupposti utilitaristici del “maschilismo” e, lungi dal liberare la donna, coopera piuttosto al suo asservimento.


Quando, nella linea del dualismo già precedentemente evocato, la donna rinnega il proprio corpo, considerandolo come un puro oggetto al servizio di una strategia di conquista della felicità, mediante la realizzazione di sé, essa rinnega anche la sua femminilità, il suo modo propriamente femminile del dono di sé e dell’accoglienza dell’altro, di cui la maternità è il segno più tipico e la realizzazione più concreta.


Quando la donna si schiera per l’amore libero e giunge al punto di rivendicare il diritto di abortire, essa contribuisce a rinforzare una concezione delle relazioni umane, secondo cui la dignità di ognuno dipende, agli occhi dell’altro, da quanto egli può dare. In tutto questo la donna prende posizione contro la propria femminilità e contro i valori di cui quest’ultima è portatrice: l’accoglienza alla vita, la disponibilità al più debole, la dedizione senza condizioni a chi ne ha bisogno. Un autentico femminismo, lavorando per la promozione della donna nella sua verità integrale e per la liberazione di tutte le donne, lavorerebbe anche alla promozione dell’uomo intero e alla liberazione di tutti gli esseri umani. Lotterebbe infatti affinché la persona sia riconosciuta nella dignità che gli viene solo dal fatto di esistere, di essere stata voluta e creata da Dio, e non dalla sua utilità, dalla sua forza, dalla sua bellezza, dalla sua intelligenza, dalla sua ricchezza e dalla sua salute. Si sforzerebbe di promuovere un’antropologia che valorizzi l’essenza della persona come fatta per il dono di sé e per l’accoglienza dell’altro, di cui il corpo, maschile o femminile, è il segno e lo strumento. È proprio sviluppando un’antropologia che presenta l’uomo nella sua integralità personale e relazionale che si può rispondere all’argomentazione diffusa, secondo cui il mezzo migliore per lottare contro l’aborto sarebbe quello di promuovere la contraccezione. Una simile tesi che di primo acchito sembra del tutto plausibile, è però contraddetta dall’esperienza: si constata generalmente una crescita parallela dei tassi di ricorso alla contraccezione e dei tassi di aborto. Il paradosso non è apparente. Infatti bisogna rendersi conto che la contraccezione e l’aborto affondano entrambi le loro radici in quella visione de-personalizzata e utilitaristica della sessualità e della procreazione, che abbiamo appena descritta e che si basa a sua volta su una concezione mutilata dell’uomo e della sua libertà.


Non si tratta, infatti, di assumere una gestione responsabile e degna della propria fecondità in funzione di un progetto generoso, sempre aperto all’accoglienza eventuale di una nuova vita imprevista.


Si tratta piuttosto di assicurarsi un dominio completo della procreazione, che respinge persino l’idea di un figlio non programmato. Compresa in questi termini, la contraccezione conduce necessariamente all’aborto come “soluzione di riserva”. In realtà solo se si sviluppa l’idea che l’uomo non ritrova pienamente se stesso che nel dono generoso di sé e nell’accoglienza incondizionata dell’altro, semplicemente perché questi esiste, l’aborto apparirà come un crimine assurdo.


Un’antropologia di tipo individualistico conduce, come abbiamo visto, a considerare la verità oggettiva come inaccessibile, la libertà come arbitraria, la coscienza come una istanza chiusa in se stessa. Essa orienta la donna non solamente all’odio verso gli uomini, ma anche all’odio verso di sé e verso la propria femminilità, soprattutto verso la propria maternità.


Una simile antropologia orienta più generalmente l’essere umano all’odio verso di sé. L’uomo disprezza se stesso; non è più d’accordo con Dio che aveva trovato “cosa molto buona” la creatura umana (Gen. 1,31). Al contrario, l’uomo di oggi vede in se stesso il grande distruttore del mondo, un prodotto infelice dell’evoluzione. E in realtà, l’uomo che non ha più accesso all’infinito, a Dio, è un essere contraddittorio, un prodotto fallito. Qui appare la logica del peccato: l’uomo volendo essere come Dio, cerca l’indipendenza assoluta. Per essere autosufficiente deve diventare indipendente, deve emenciparsi anche dall’amore, che è sempre grazia libera, non producibile e fattibile. Però facendosi indipendente dall’amore l’uomo si è separato dalla vera ricchezza e del suo essere, è divenuto vuoto e l’opposizione contro il proprio essere diventa inevitabile. “Non è bene essere un uomo”, la logica della morte appartiene alla logica del peccato. La strada verso l’aborto, verso l’eutanasia e lo sfruttamento dei più deboli è aperta.


In sintesi possiamo quindi dire: la radice ultima dell’odio contro la vita umana, di tutti gli attacchi contro la vita umana è la perdita di Dio. Dove Dio compare, compare anche la dignità assoluta della vita umana.


LE POSSIBILI RISPOSTE


VI. Che fare in questa situazione, per rispondere alla sfida appena descritta? Da parte mia vorrei limitarmi alle possibilità connesse con la funzione del Magistero. Non mancano gli interventi magisteriali su questo problema in questi ultimi anni. Il Santo Padre insiste instancabilmente sulla difesa della vita come dovere fondamentale di ogni cristiano; molti vescovi ne parlano con grande competenza e forza. La Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato in questi anni alcuni importanti documenti sulle tematiche morali connesse al rispetto dovuto alla vita umana.


Nonostante tali prese di posizione, nonostante numerosissimi interventi pontifici su alcuni di questi problemi o su loro aspetti particolari, il campo rimane largamente aperto a una ripresa globale a livello dottrinale che vada alle radici più profonde e denunci le conseguenze più aberranti della “mentalità di morte”.


Si potrebbe quindi pensare a un eventuale documento sulla vita umana, che dovrebbe a mio avviso presentare due caratteristiche originali rispetto ai documenti precedenti. Anzitutto non dovrebbe sviluppare solo considerazioni di morale individuale, ma anche considerazioni di morale sociale e politica. Più in dettaglio le diverse minacce contro la vita umana potrebbero essere affrontate da cinque punti di vista: il punto di vista dottrinale (con una forte riaffermazione del principio secondo cui “l’uccisione diretta di un essere umano innocente è sempre materia di colpa grave”), quello culturale, quello legislativo, quello politico, quello pratico e, infine, quello pratico.


Arriviamo così alla seconda caratteristica originale i un eventuale nuovo documento: benché la denuncia vi debba avere uno spazio, questo non sarà lo spazio principale. Si tratterebbe innanzi tutto di una ripresa gioiosa dell’annuncio del valore immenso dell’uomo e di ogni uomo, per quanto povero debole, sofferente egli sia” così come questo valore può apparire agli occhi dei filosofi, ma soprattutto così come, ci dice la Rivelazione, esso appare agli occhi di Dio.


Si tratterebbe di ricordare con ammirazione le meraviglie del Creatore verso la creatura, quella del Redentore per colui che è venuto a incontrare e salvare. Si tratterebbe di mostrare come l’accoglienza dello Spirito comporti in se stessa la disponibilità generosa all’altra persona e dunque l’accoglienza di ogni vita umana a partire dal momento in cui essa si annuncia fino al momento in cui si spegne.


In breve, contro tutte le ideologie e le politiche di morte, è la Buona Novella cristiana che si tratta di richiamare in quanto essa ha di essenziale: Cristo ha aperto al di là di ogni sofferenza, la via all’azione della grazia, per la vita sia nel suo aspetto umano che nel suo aspetto divino.