Le 14 encicliche di Giovanni Paolo II

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Secondo il cardinale Joseph Ratzinger


Tratto da Zenit.org del /5/2005 /spanish/visualizza.phtml?sid=70353 – Codice: ZS05050411


Pubblichiamo la conferenza “Le quattordici encicliche del Santo Padre Giovanni Paolo II“, pronunciata dal Cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, al convegno organizzato dalla Pontificia Università Lateranense dedicato ai venticinque anni del pontificato, il 9 maggio 2003.
Traduzione dallo spag
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Sarebbe assurdo pensare che in mezz’ora si possa parlare delle quattordici encicliche del Nostro Santo Padre. Bisognerebbe esaminarle ciascuna dettagliatamente per poter capire la struttura dell’insieme e per captare i loro temi centrali e la linea del loro insegnamento. In mezz’ora si può solo proporre una panoramica approssimativa e superficiale. La scelta dei punti che sottolineiamo è necessariamente unilaterale e potrebbe essere fatta anche in modo diverso. Inoltre, una valutazione congiunta dovrebbe anche includere gli altri testi magisteriali del Papa, che spesso sono di grande trascendenza ed appartengono senza dubbio all’insieme delle affermazioni dottrinali del Santo Padre.


Detto ciò, le encicliche devono essere divise per gruppi di tematiche affini. Conviene anzitutto ricordare il trittico trinitario degli anni 1979-1986, che comprende le encicliche “Redemptor hominis”, “Dives in misericordia” e “Dominum et vivificantem”. Alla decade 1981-1991 appartengono le tre encicliche sociali: “Laborem exercens”, “Sollicitudo rei socialis” e “Centesimus annus”. Ci sono poi le encicliche che trattano temi di ecclesiologia: “Slavorum apostoli” (1985), “Redemptoris missio” (1990) e “Ut unum sint” (1995). Nell’ambito ecclesiologico si può anche collocare l’ultima – ad ora – enciclica del Papa: “Ecclesia de Eucharistia” (2003), così come, in un certo senso, anche l’enciclica mariana “Redemptoris Mater” (1987). Già nella sua prima enciclica il Papa aveva unito intimamente i temi della madre Chiesa e della Madre della Chiesa, allargandoli all’ambito storico-teologico e pneumatologico: “Supplico soprattutto Maria, la celeste Madre della Chiesa, affinché si degni in questa preghiera del nuovo Avvento dell’umanità di perseverare con noi che formiamo la Chiesa, cioè il Corpo mistico del suo Figlio unigenito. Io spero che, grazie a tale preghiera, potremo ricevere lo Spirito Santo che scende su di noi e divenire in questo modo testimoni di Cristo ‘fino agli estremi confini della terra’” (“Redemptor hominis”, 22). Nella mariologia, per il Papa, si incontrano tutti i grandi temi della fede: non c’è enciclica che non si concluda con un riferimento alla Madre del Signore. Infine, abbiamo tre grandi testi dottrinali, che possono essere collocati nell’ambito antropologico: “Veritatis splendor” (1993), “Evangelium vitae” (1995) e “Fides et ratio” (1998).


La prima enciclica “Redemptor hominis”, è la più personale, il punto di partenza di tutte le altre. Sarebbe facile dimostrare che tutti i temi successivi si trovano anticipati in essa: il tema della verità ed il vincolo tra verità e libertà viene affrontato secondo tutta l’importanza che ha, in un mondo che vuole libertà ma considera la verità una pretesa e il contrario della libertà.


Lo zelo ecumenico del Papa si può già apprezzare in questo primo grande testo magisteriale. I principali tratti dell’enciclica eucaristica – Eucarestia e sacrificio, sacrificio e redenzione, Eucarestia e penitenza – sono già esposti nelle loro grandi linee. L’imperativo “non ucciderai”, che è il grande tema della “Evangelium vitae”, è annunciato con grande forza al mondo. Come abbiamo visto, l’orientamento del cristiano verso il futuro, tipica del Papa, è in relazione con il tema mariano. Per il Papa, il vincolo tra la Chiesa e Cristo non è un vincolo con il passato, un orientamento all’indietro, bensì il vincolo tra di chi è e da’ futuro, che invita la Chiesa ad aprirsi ad un nuovo periodo della sua fede. Il suo impegno personale, la sua speranza, ma anche il suo profondo desiderio che il Signore ci conceda un nuovo presente di fede e di pienezza di vita, una nuova Pentecoste, risulta evidente quando, quasi come un’esplosione, prorompe in un’invocazione: “la Chiesa del nostro tempo sembra ripetere con sempre maggiore fervore e con santa insistenza: “Vieni, o Santo Spirito!”. Vieni! Vieni!” (“Redemptor hominis”, 18).


Tutti questi temi che, come abbiamo già detto, anticipano tutta l’opera magisteriale del Papa, sono collegati da una visione la cui direzione fondamentale dobbiamo cercare di descrivere. In occasione degli Esercizi che, come cardinale arcivescovo di Cracovia, predicò nel 1976 a Paolo VI e alla Curia romana, spiegava che gli intellettuali cattolici polacchi, nei primi anni del dopoguerra, avevano inizialmente cercato di confutare – contro il materialismo marxista già divenuto dottrina ufficiale – il valore assoluto della materia. Ma il centro del dibattito si spostò subito: non versava già più sulle basi filosofiche delle scienze naturali (benché questo tema mantenesse sempre la sua importanza), ma sull’antropologia. Il nucleo della discussione divenne: cos’è l’uomo? La questione antropologica non è una teoria filosofica sull’uomo; ha un carattere esistenziale. La questione della Redenzione soggiace a tale questione. Come può vivere l’uomo? Chi ha la risposta sull’uomo? Una questione molto concreta: chi può insegnarci a vivere, il materialismo, il marxismo o il cristianesimo?


Così, la questione antropologica è una questione scientifica e razionale ma, al contempo, è anche una questione pastorale: come possiamo mostrare agli uomini la strada che porta alla vita e aiutare anche i non credenti a capire che i loro interrogativi sono anche i nostri e che, di fronte al dilemma dell’uomo di ieri e di oggi, Pietro aveva ragione quando disse al Signore: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna” (Gv 6,68). Filosofia, pastorale e fede della Chiesa si fondono in questa tensione antropologica.


Nella sua prima enciclica, “Redemptor hominis”, Giovanni Paolo II ha riassunto, per così dire, i frutti del cammino percorso fin da allora in qualità di pastore della Chiesa e di pensatore del nostro tempo. Quella prima enciclica gravita attorno alla questione dell’uomo. L’espressione: “L’uomo […] è la prima fondamentale via della Chiesa” (Ib., 14) è diventata quasi un lemma. Tuttavia, citandola, ci dimentichiamo spesso che poco prima il Papa aveva detto: “Gesù Cristo è la via principale della Chiesa. Egli stesso è la nostra via “alla casa del Padre”, ed è anche la via a ciascun uomo” (Ib., 13). Di conseguenza, anche la formula dell’uomo come prima via della Chiesa, prosegue così: “via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione” (Ib., 14).


Per il Papa, antropologia e cristologia sono inseparabili. Proprio Cristo ci ha rivelato cos’è l’uomo e dove deve andare per trovare la vita. Questo Cristo non è solo un modello dell’esistenza umana, un esempio di come si deve vivere, ma “si è unito in certo modo ad ogni uomo” (Ibid.). Cristo tocca la nostra interiorità, la radice della nostra esistenza, trasformandosi così, dall’interiorità, nella via per ogni uomo. Rompe l’isolamento dell’io; è garanzia della dignità indistruttibile di ogni persona e, nello stesso tempo, è Colui che supera l’individualismo in una comunicazione alla quale aspira tutta la natura dell’uomo.


Per il Papa, l’antropocentrismo è allo stesso tempo cristocentrismo e viceversa. Contro l’opinione secondo la quale solo attraverso le forme primitive dell’essere umano (partendo dal basso, per dirla così) si può spiegare cos’è l’uomo, il Papa sostiene che solamente partendo dall’uomo perfetto si può capire cos’è l’uomo: e da questo punto di vista si può intravedere la via dell’essere umano. A questo proposito, avrebbe potuto far riferimento a […] che diceva: “La soluzione scientifica del problema umano non deriva esclusivamente dallo studio dei fossili, ma da un’attenta osservazione delle caratteristiche e delle possibilità dell’uomo di oggi, che determineranno l’uomo di domani“. Naturalmente, Giovanni Paolo II va molto oltre questa diagnosi: in definitiva, possiamo capire cos’è l’uomo solo guardando a Colui che realizza pienamente la natura dell’uomo, che è immagine di Dio, il Figlio di Dio, Dio da Dio e Luce da Luce. Ciò corrisponde perfettamente all’orientamento intrinseco della prima enciclica, la quale, nel successivo Magistero pontificio, si è sviluppata formando, congiuntamente ad altre due encicliche, il trittico trinitario. La questione dell’uomo non si può disgiungere dalla questione di Dio. La tesi di Guardini, secondo la quale conosce l’uomo soltanto chi conosce Dio, trova una chiara conferma in questa fusione dell’antropologia con la questione di Dio.


Diamo ora uno sguardo alle altre due tavole del trittico trinitario.


Il tema di Dio Padre sembra velato, per così dire, in primo luogo sotto il titolo “Dives in misericordia”.


Si può credere che l’idea di trattare questa tematica sia venuta al papa dalla religiosa di Cracovia Faustina Kowalska, che successivamente ha elevato all’onore degli altari. Mettere al centro della fede e della vita cristiana la misericordia di Dio è stato il grande desiderio di questa santa donna. Con la forza della sua vita spirituale, ella pose in risalto la novità del cristianesimo proprio nel nostro tempo, segnato dall’irreligiosità delle sue ideologie. Basta ricordare che Seneca, un pensatore del mondo romano per molti aspetti piuttosto vicino al cristianesimo, disse una volta: “La compassione è una debolezza, una malattia“. Mille anni dopo, san Bernardo di Chiaravalle, con lo spirito dei Santi Padri, trovò la mirabile formula: “Dio non può patire, ma può compatire“.


Ritengo molto indovinato che il Santo Padre abbia centrato la sua enciclica su Dio Padre sul tema della misericordia divina. Il primo sottotitolo dell’enciclica è: “Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14, 9). Vedere Cristo significa vedere il Dio misericordioso. Conviene sottolineare che in questa enciclica la digressione sulla terminologia biblica della misericordia divina nell’Antico Testamento occupa niente meno che tre pagine. In essa si spiega anche la parola “rahamin”, che proviene dal termine “rehem” (ventre materno) e conferisce alla misericordia di Dio i tratti dell’amore materno.


L’altro punto centrale dell’enciclica è la sua profonda interpretazione della parabola del Figliol Prodigo, nella quale l’immagine del padre risplende in tutta la sua grandezza e bellezza.


Voglio anche dedicare poche parole all’Enciclica sullo Spirito Santo, nella quale si tratta il tema della verità e della coscienza. Secondo il Papa l’autentico dono dello Spirito Santo è “il dono della verità della coscienza e il dono della certezza della redenzione” (“Dominum et vivificantem”, 31). Pertanto, nella radice del peccato c’è la menzogna, il rifiuto della verità. “La ‘disobbedienza’, come dimensione originaria del peccato, significa rifiuto di questa fonte, per la pretesa dell’uomo di diventare fonte autonoma ed esclusiva nel decidere del bene e del male” (Ib., 36). La prospettiva fondamentale dell’enciclica “Veritatis splendor” appare qui già molto chiaramente. E’ evidente che il Papa, proprio nell’enciclica sullo Spirito Santo, non si ferma nella diagnosi della nostra situazione di pericolo, bensì effettua tale diagnosi per preparare il cammino alla terapia. Nella conversione, l’affanno della coscienza si trasforma in amore che sana, che sa soffrire: “Il dispensatore nascosto di questa forza salvatrice è lo Spirito Santo” (Ib., 45).


Ho ampiamente commentato – forse troppo ampiamente – il trittico trinitario, perché contiene tutto il programma delle encicliche successive e le mette in relazione con la fede in Dio. Ora non avrò altra scelta che limitarmi ad alcuni tratti schematici delle altre encicliche.


Le tre grandi encicliche sociali applicano l’antropologia del Papa alla problematica sociale del nostro tempo. Giovanni Paolo II sottolinea il primato dell’uomo sui mezzi di produzione, il primato del lavoro sul capitale ed il primato dell’etica sulla tecnica. Al centro c’è la dignità dell’uomo, che è sempre un fine e giammai un mezzo. A partire da qui si chiariscono le grandi questioni attuali della problematica sociale in contrapposizione critica tanto con il marxismo che con il liberalismo.


Le encicliche ecclesiologiche meriterebbero una profonda riflessione, che qui non posso fare. “Ecclesia de Eucharistia” considera la Chiesa dal di dentro e dall’alto, e coglie così la sua capacità di creare comunione; “Redemptoris Mater” tratta della prefigurazione della Chiesa in Maria e del mistero della sua maternità; la altre tre encicliche di questo gruppo presentano i due grandi ambiti relazionali nei quali vive la Chiesa: il dialogo ecumenico – come ricerca dell’unità dei battezzati in obbedienza al mandato del Signore, secondo la logica intrinseca della fede, che è stata inviata al mondo da Dio come forza d’unità – è il primo ambito relazionale che il papa, con tutta la forza del suo zelo ecumenico, introduce nella coscienza della Chiesa con la “Ut unum sint”.


Anche la “Slavorum apostoli” è un testo ecumenico di particolare bellezza. Da una parte si colloca nella relazione tra Oriente e Occidente; dall’altra, mostra il vincolo tra la fede e la cultura, e la capacità che ha la fede di creare cultura poiché giunge al fondo e sperimenta una nuova dimensione dell’unità.


L’altro ambito relazionale riguarda gli uomini che professano religioni non cristiane o vivono senza religione, per annunciare loro Gesù, del quale Pietro disse ai farisei: “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (Atti 4,12). Nella “Redemptoris missio” il Papa spiega la relazione tra il dialogo e l’annuncio. Mostra che la missione, l’annuncio di Cristo a tutti quelli che non lo conoscono, continua ad essere sempre un obbligo, poiché ogni uomo spera nel suo interiore in Colui che è nello stesso tempo Dio e uomo, nel “Redentore dell’uomo”.


Vediamo, infine, le tre grandi encicliche nelle quali la tematica antropologica si sviluppa sotto diversi aspetti.


La “Veritatis splendor” non solo affronta la crisi interna della teologia morale nella Chiesa, ma appartiene al dibattito etico di dimensioni mondiali che oggi è divenuto una questione di vita o di morte per l’umanità.


Contro una teologia morale che nel secolo XIX si era ridotta in modo sempre più preoccupante a casuistica, già nei decenni anteriori al Concilio si era messo in moto un deciso movimento di opposizione. La dottrina morale cristiana si sarebbe dovuta formulare nuovamente dalla sua grande prospettiva positiva a partire dal nucleo della fede, senza considerarla come un elenco di proibizioni.


L’idea dell’imitazione di Cristo e il principio dell’amore si svilupparono quali direttrici fondamentali a partire da cui avrebbero potuto organizzarsi i diversi elementi della dottrina. La volontà di lasciarsi ispirare dalla fede come nuova luce che rende trasparente la dottrina morale aveva portato ad allontanarsi dalla versione giusnaturalista della morale in favore di una costruzione di taglio biblico e storico-salvifico.


Il Concilio Vaticano II aveva confermato e riaffermato queste messe a fuoco. Ma l’intenzione di costruire una morale puramente biblica risultò impossibile di fronte alle domande concrete dell’epoca. Il puro biblicismo, precisamente nella teologia morale, non è un percorso possibile. Così, in modo sorprendentemente rapido, dopo una breve fase nella quale si cercò di dare alla teologia morale un’ispirazione biblica, si cercò una spiegazione puramente razionale dell’ethos, ma il ritorno al pensiero giusnaturalista risultò impossibile; la corrente antimetafisica, che talvolta aveva contribuito all’intenzione biblicista, faceva sì che il diritto naturale sembrasse un modello antiquato ed inadeguato.


Si restò alla mercé di una razionalità positivista che non riconosceva più il bene in quanto tale. “Il bene è sempre – diceva allora un teologo morale – solo meglio di…“: il calcolo delle conseguenze restava il criterio. Morale è ciò che sembra più positivo, tenendo conto delle conseguenze prevedibili. Non sempre il consequenzialismo fu applicato in modo così radicale. Ma alla fine si giunse ad una costruzione tale da dissolvere quanto è morale, poiché il bene in quanto tale non esiste. Per quel tipo di razionalità neppure la Bibbia ha qualcosa da dire. La Sacra Bibbia può dare motivazioni, ma non contenuti.


Ma se le cose stessero così, il cristianesimo come “via” – quale dovrebbe e vorrebbe essere – avrebbe un esito disastroso. E se prima, dall’ortodossia si era giunti all’ortoprassi, ora l’ortoprassi si trasforma in una tragica ironia: perché in fondo non esiste.


Il Papa, al contrario, tornò con grande decisione a dare legittimità alla prospettiva metafisica, che è solo una conseguenza della fede nella creazione. Una volta di più, partendo dalla fede nella creazione, riesce a collegare e fondere l’antropocentrismo e il teocentrismo: “la ragione trae la sua verità e la sua autorità dalla legge eterna, che non è altro che la stessa sapienza divina. […] La legge naturale infatti, […] altro non è che la luce dell’intelligenza infusa in noi da Dio” ” (“Veritatis splendor”, 40). Proprio perché il Papa è favorevole alla metafisica in virtù della fede nella creazione può anche comprendere la Bibbia come Parola presente, unire la costruzione metafisica e biblica dell’ethos. Una perla dell’enciclica, significativa tanto filosoficamente che teologicamente, è il grande passaggio sul martirio. Se non c’è più nulla per cui valga la pena di morire, allora anche la vita risulta vuota. Solo se esiste il bene assoluto, per il quale vale la pena di morire, ed il male eterno che mai si trasforma in bene, l’uomo è confermato nella sua dignità e ci troviamo protetti dalla dittatura delle ideologie.


Questo punto è fondamentale anche per l’enciclica “Evangelium vitae”, che il Papa ha scritto dietro richiesta pressante dell’Episcopato mondiale, ma che è anche espressione della sua appassionata lotta per il rispetto assoluto della dignità della vita umana. La vita umana, quando è trattata come mera realtà biologica, si trasforma in oggetto del calcolo delle conseguenze. Ma il Papa, con la fede della Chiesa, vede l’immagine di Dio nell’uomo, in ogni uomo, sia piccolo o grande, sia debole o forte, sia utile o sembri inutile. Cristo, il Figlio dello stesso Dio fatto uomo, è morto per ogni uomo. Ciò conferisce ad ogni uomo un valore infinito, una dignità assolutamente intoccabile.


Proprio perché nell’uomo c’è qualcosa in più di mero “bios”, anche la sua vita biologica risulta di infinito valore. Non rimane a disposizione di chiunque perché è rivestita della dignità di Dio. Non ci sono conseguenze, per quanto nobili siano, che possano giustificare esperimenti sull’uomo.


Dopo tutte le crudeli esperienze di abuso dell’uomo, benché le motivazioni possano sembrare molto elevate dal punto di vista morale, tali parole erano e sono necessarie. Risulta evidente che la fede è la difesa dell’umanità. Nella situazione di ignoranza metafisica in cui ci troviamo, e che a sua volta diviene atrofia morale, la fede si mostra come l’umano che salva. Il Papa, come portavoce della fede, difende l’uomo da una morale che minaccia di schiacciarlo.


Per ultima, dobbiamo considerare la grande enciclica “Fides et ratio”, sulla fede e la filosofia. Il tema della verità, che segna tutta l’opera magisteriale del Santo Padre, si sviluppa qua in tutta la sua drammaticità. Affermare la conoscibilità della verità, ossia annunciare il messaggio cristiano come verità riconosciuta, è cosa che oggi viene vista come un attacco alla tolleranza e al pluralismo. Anche verità si trasforma in un termine proibito.


Ma proprio qui entra in gioco, ancora una volta, la dignità dell’uomo. Se l’uomo non è capace di giungere alla verità, allora tutto ciò che pensa e fa è puro convenzionalismo, mera tradizione. Come abbiamo visto, non gli resta che il calcolo delle conseguenze. Ma chi può realmente abbracciare con lo sguardo le conseguenze delle azioni umane? Se così è, tutte le religioni sono solo tradizioni, e naturalmente anche l’annuncio della fede cristiana è una pretesa colonialista o imperialista.


Il cristianesimo non è in contraddizione con la dignità dell’uomo unicamente se le fede è verità, perché non danneggia nessuno; ancora più, è il bene quel che dobbiamo ripeterci continuamente. Come risultato delle grandi scoperte nell’ambito delle scienze naturali e della tecnica, la ragione ha perso valore davanti ai grandi interrogativi dell’uomo: su Dio, sulla morte, sull’eternità, sulla vita morale.


Il positivismo si stende sull’occhio interiore dell’uomo come una cateratta. Ma se questi interrogativi, che alla fine sono decisivi per la nostra vita, restano relegati all’ambito della pura soggettività e, pertanto, in definitiva, dell’arbitrarietà, siamo divenuti ciechi per quanto concerne la nostra realtà di uomini.


Partendo dalla fede, il Papa chiede alla ragione che abbia il coraggio di riconoscere le verità fondamentali. Se la fede non ha la luce della ragione, si riduce a pura tradizione, e con ciò dichiara la sua profonda arbitrarietà. La fede non ha bisogno del coraggio della ragione per se stessa. Non è contro essa, ma la spinge a pretendere da se le grandi cose per le quali è stata creata. Sapere aude: con questo imperativo Kant descrisse la natura dell’illuminismo.


Si potrebbe dire che il Papa fa appello in un modo nuovo a una ragione divenuta metafisicamente pusillanime: Sapere aude! Pretendi da te stessa di poter fare grandi cose. A ciò sei destinata. La fede – così ci dice il Papa – non vuole fare in modo di tacitare la ragione, ma la vuole liberare dal velo della cateratta che, di fronte ai grandi interrogativi dell’umanità, è ampiamente distesa su di essa.


Una volta di più, si vede che la fede difende l’uomo nella sua realtà di essere umano. Josef Pieper una volta ha espresso questo pensiero: “Nell’epoca finale della storia, sotto la signoria della sofistica e di una pseudo filosofia corrotta, la vera filosofia si potrà unire nell’unità primordiale con la teologia” ed affermò che così, alla fine della storia, “la radice di tutte le cose e il senso ultimo dell’esistenza – che vuol dire: l’oggetto specifico della filosofia – sarà visto e considerato solo da quanti credono“.


Orbene, noi non siamo, nella misura in cui si può sapere, alla fine della storia. Ma corriamo il pericolo di negare alla ragione la sua autentica grandezza. E il Papa considera, giustamente, che la fede è chiamata a spingere la ragione ad avere nuovamente il coraggio della verità. Senza la ragione la fede rovina, senza la fede la ragione corre il rischio di atrofizzarsi, E’ in gioco l’uomo. Ma perché l’uomo sia redento c’è bisogno del Redentore. Abbiamo bisogno di Cristo, uomo, che è uomo e Dio, “senza confusione né divisione” in unica persona, “Redemptor hominis”.